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SAN PIO DA PIETRALCINA

SAN PIO DA PIETRALCINA

padre pioFrancesco Forgione, noto a tutti come Padre Pio, nasce il 25 maggio 1887 a Pietrelcina. Nasce in una famiglia povera, dove il padre per sconfiggere la miseria per ben due volte va a cercare lavoro in America.

La nascita di Francesco rappresenta per la famiglia una vera benedizione di Dio. Venuto al mondo dopo altri tre bambini, di cui due morti appena nati.

Francesco è cresciuto timido e silenzioso, un pò introverso, giocava poco con i coetanei, ma si appartava spesso in lunghe e intense meditazioni. Sotto lo sguardo vigile della mamma, Francesco cresceva bene e imparava a pregare  Gesù, la Madonna e frequentava ogni giorno la Chiesa di Sant’Anna. Pur essendo molto riservato, Francesco non era un ragazzo triste. I suoi compagni gli volevano bene e si rivolgevano a lui per ogni problema. A soli 15 anni, entrò nel seminario di Morcone, dove ben presto si è immerso nella penetrante atmosfera del chiostro. Proprio nel Convento di Morcone, avvenne il primo fatto straordinario della vita di Francesco: per diversi giorni non riuscì a prendere cibo, nemmeno quando la dura regola dell’ubbidienza glielo imponeva. Per 21 giorni si nutrì solo della Santa Eucaristia.

Il 22 gennaio 1903 Francesco indossò l’abito dei Cappuccini e assunse il nome di Fra Pio da Pietrelcina. Dopo quel felice evento la sua vita scorre silenziosa e dimessa, tra preghiere, ma anche fra alterne malattie.

Il 10 Agosto 1910 venne Consacrato Sacerdote, da quel giorno si chiamerà per tutti Padre Pio. Il suo fisico però era molto provato da severe astinenze. I Superiori più volte lo mandarono a casa per curarsi. A Pietrelcina  Padre Pio trascorreva le giornate in lunghe meditazioni e prolungate preghiere. Recitava il Rosario continuamente e con frequenza era assorto in un mistico raccoglimento di fronte all’Altare dove era custodita l’Eucaristia. Di tanto in tanto manifestava i primi segni di quel fenomeno che nessuno riusciva a comprendere e cioè della  “bilocazione”. Il 14 settembre 1915, Padre Pio durante una delle sue frequenti estasi, ha ricevuto dal Signore le “Stimmati” invisibili, che poi si manifesteranno anche esternamente dopo tre anni.

Sempre nel 1915, Padre Pio venne chiamato alle armi e assegnato alla compagnia della sanità presso l’ospedale militare principale della Trinità, a Napoli, ma venne più volte mandato in licenza per “affezioni inspiegabili al lume della scienza”  queste “affezioni inspiegabili” erano dei mali causati dalla flagellazione e dai segni della corona di spine, questi segni si ripetevano puntualmente ogni venerdì. Il 16 marzo, appena rientrato da una ulteriore licenza, venne sottoposto ad uno scrupoloso esame medico, e accade un fatto inspiegabile: la temperatura del suo corpo era così elevata da far scoppiare i termometri, raggiungendo perfino i 49 gradi. Questo fenomeno senza precedenti fece discutere molto medici e scienziati. Dopo questo fatto Padre Pio venne congedato dicendo: “lo mandiamo a casa a morire”, ma Padre Pio si riprese rapidamente da questi attacchi senza mai dare alcun segno di delirio.

Rientrato in convento, accettò di trascorrere un pò di tempo a San Giovanni Rotondo, era allora un piccolo convento dedicato a S.Maria delle Grazie, vi giunse nelle prime ore del mattino il 4 settembre e non si è più allontanato.

Assieme a forti dolori, Padre Pio ha sostenuto una lotta ancora più dura contro il demonio, che già da tempo si era accanito nei suoi confronti. Padre Pio un giorno scrisse in una lettera al suo confessore dicendo: Quanta guerra mi muove satana…quante lacrime, quanti sospiri al cielo per essere liberato!…Ma non importa , io non mi stancherò mai di pregare Gesù… spero che mi vorrà concedere la grazia di non cedere alla tentazione. Dio però è con me e le consolazioni che sempre mi fa gustare sono tanto dolci da non poterle descrivere. Gesù non cessa di visitarmi amorevolmente e di incoraggiarmi contro il nostro nemico comune”. A volte il demonio lo assaliva con vere percosse e non gli dava tregua nè di giorno, nè di notte.  

Padre Pio aveva un motto: “pregare per gli altri” e il giorno del Corpus Domini del 1918, si offrì come “Vittima all’Amore” per la salvezza dei peccatori”. Molte persone vanno all’inferno perchè non c’è chi si sacrifica e prega per loro; questo era stato il messaggio della Madonna a Fatima un anno prima il 13 Giugno 1917, ed è per questo che Padre Pio si offrì come  “Agnello, offrendo tutto per la salvezza dei peccatori.

L’Italia e il mondo intero cominciarono a guardare  con preoccupazione a San Giovanni Rotondo, dove appunto viveva questo frate con le “Stimmate”, dicono che abbia versato sangue da quelle piaghe in quantità superiore dieci volte al proprio peso. Ma attorno alla persona di Padre Pio si sono scatenate anche lotte ignobili, persecuzioni, calunnie…Quello che però tutti non sanno è che migliaia di persone sono state convertite dalla sua parola. Da non dimenticare poi il grande bene che ha compiuto con l’idea di far costruire, con le offerte dei benefattori e dei gruppi di preghiera un ospedale proprio in San Giovanni Rotondo, chiamato “Casa di sollievo della sofferenza” che tanto bene ha fatto e continua a fare per persone ammalate e sofferenti per tanti problemi. “La Casa di sollievo”  fu inaugurata da Padre Pio il 5 maggio 1956.

Egli parlava poco e bruscamente, ma ogni sua parola incideva nel cuore delle gente riportandole ad una vera conversione. Padre Pio, accogliendo su di sè le colpe degli uomini, divenne davvero il “parafulmine” di quell’umanità che più non prega e non crede.

Il 28 luglio 1918 scrisse al suo confessore: “Questo è il più raffinato martirio che il mio spirito possa sopportare…Sembra che declini ogni momento ai divini colpi della Divina Giustizia, giustamente adirata…tutte le mie ricerche sul Sommo Bene riescono inutili, sono lasciato solo nella mia nullità e miseria, completamente solo, senza cognizione alcuna della Suprema Bontà!…Voglio soffrire, questa è la mia brama, ma che io sappia penare in pace e sempre con piena fiducia in Dio!…Molte sono le diaboliche suggestioni che il demonio mi pone davanti alla mente: pensieri di disperazione, di sfiducia verso Dio!

Dal momento in cui le Stimmate si sono fatte visibili, nel 1918 il doloroso cammino di Padre Pio si è fatto più cruento. egli si inoltra sempre più nella prova, cioè in una strada dolorosa e mortificante. Ai “segni” esteriori non sa darsi spiegazione; egli amava troppo Gesù per poter pensare  di “assomigliare a Lui”, lui si sentiva troppo misero e inutile, ma Dio voleva proprio così per la sua missione di misericordia verso il mondo, specialmente per quelli che rifiutano il Sacro Cuore. In un momento di sgomento scriveva: Muoio per lo strazio e per la confusione che provo nell’intimo del mio animo. Toglierà Gesù questa confusione che io sperimento per questi segni? Non desisterò di scongiurarlo affinchè la sua Misericordia ritiri da me, non lo strazio, non il dolore, ma questi segni che mi sono di una confusione indescrivibile!”

Migliaia di persone in tanto accorrevano al piccolo eremo del Gargano, per vedere colui che porta i segni di Gesù, per confessarsi da lui, per chiedere perdono dei propri peccati, ma altrettante difficoltà sono apparse da parte delle autorità civili e religiose, che hanno ordinato di mettere in atto una inchiesta severissima sul caso. Padre Pio venne calunniato e fatto passare come un ciarlatano. Anche alcuni funzionari della Chiesa si sono schierati contro di lui: il 31 maggio 1923 il Sant’Uffizio si pronunzia dichiarando che su Padre Pio da Pietrelcina, dei Frati minori dei Cappuccini, non si constata nessuna soprannaturalità ed esortano i fedeli a conformarsi a questa dichiarazione, Ma la gente crede a Padre Pio e continua  sempre più numerosa ad andare da lui. Dal 1931, Padre Pio viene addirittura isolato e costretto a celebrare la S.Messa lontano dai fedeli. Purtroppo alcune persone importanti hanno riportato al Sant’Ufficio delle calunnie e false prove sul comportamento del Frate, assicurando che anche certi miracoli e guarigioni erano solo frutto di fantasie o trucchi fatti apposta. Sulle Stimmate la scienza non sapeva dare spiegazione, ma alcuni dottori seri e disinteressati hanno fatto luce sul problemi e sulle calunnie nei confronti del Frate. Trascorsi lunghi anni di prova… la domenica 22 settembre 1968, Padre Pio celebrava la sua ultima Messa, durante la quale, misteriosamente, le Stimmate sono scomparse.

Gesù, dopo averlo privilegiato con i segni del Suo Calvario, lo ha chiamato a sè, riprendendo anche i suoi dolorosi doni celesti.  Padre Pio è morto alle 2,30 del mattino del 23 settembre 1968, aveva 81 anni.

Padre Pio fu dichiarato Venerabile nel 1997. Beatificato nel 1999 e la sua Canonizzazione fu celebrata dal Papa Giovanni Paolo II,  il 16 giugno 2002 , in Piazza San Pietro, con una partecipazione di folla veramente oltre il previsto.

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY

Giovanni Maria VianneyGiovanni-Maria Vianney è nato l’8 maggio 1786 a Dardill, vicino a Lyon, da  una famiglia di agricoltori. La rivoluzione francese ha influenzato molto la sua fanciullezza, infatti farà la sua prima Confessione in una stanza della sua casa e non nella Chiesa del villaggio, a impartire l’assoluzione sarà un Prete clandestino. Due anni dopo farà la prima Comunione in un granaio, durante una Messa clandestina. Al tempo della rivoluzione francese, i Sacerdoti sorpresi a Celebrare la S. Messa venivano condannati alla ghigliottina. Ciò nonostante il desiderio di Giovanni fu di diventare Sacerdote e a 17 anni decise di rispondere alla chiamata di Dio. Un giorno confidò alla madre: “Vorrei guadagnare delle anime al Buon Dio”, ma per due anni suo padre si oppose dicendo: “C’è bisogno di braccia per mandare avanti il lavoro dei campi”. Raggiunti i 20 anni ebbe la possibilità e la grazia di iniziare la sua preparazione al Sacerdozio presso l’Abbè Balley, parroco di Ecully. Molte sono le difficoltà che ha incontrato, tuttavia l’abbè Balley non ha mai mancato di sostenerlo. Le difficoltà maggiori furono quando, entrato in Seminario, ha dovuto affrontare gli studi di filosofia e di teologia. Finalmente a Grenoble, nel 1815, fu Ordinato Sacerdote e inviato come vicario ad Ecully. Nel 1818 venne poi nominato Parroco ad Ars, dove rimase per 42 anni, con una attività apostolica così intensa da far rifiorire spiritualmente il piccolo paese di Ars, e non solo. Fu significativo un fatto: quando fu trasferito ad Ars, non conoscendo la strada, chiese a un bambino come raggiungere Ars, dopo che il bambino gli ha dato la giusta indicazione, lui disse al bambino: “Tu mi hai insegnato la strada per arrivare ad Ars, io ti insegnerò la strada per arrivare in Paradiso”. Numerose furono le persone, laici e Sacerdoti che sono ricorsi a lui per la Confessione e per i preziosi consigli che sapeva dare. Le sue lezioni di catechismo e le sue omelie erano molto apprezzate e parlavano soprattutto della bontà di Dio e della sua infinita misericordia. Si può dire che la sua vita l’ha trascorsa quasi tutta in Confessionale, al quale dedicava lunghe ore. Fu particolarmente assiduo anche all’Adorazione della Santa Eucaristia; grande fu la sua devozione a Maria. Restaurò la sua chiesa e fondò anche un orfanatrofio che chiamò “La Provvidenza”. Intensa fu la sua attenzione verso i poveri. Chi l’ha conosciuto conferma anche che in tutte queste attività, il demonio lo ha sempre tormentato, giungendo perfino a incendiargli il letto. Estenuato dalle fatiche, macerato dai digiuni e dalle penitenze, terminò i suoi giorni qui sulla terra il 4 agosto 1859. Fu beatificato l’8 gennaio 1905 e dichiarato Santo nel 1925 da Pio XI. Nel 1929 fu proclamato patrono di tutti i parroci del mondo.

  • Da una catechesi del Santo Curato d’Ars

Fate bene attenzione, figlioli miei,il tesoro cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve rivolgersi dove è il nostro tesoro. Questo è il bel cammino dell’uomo: pregare e amare. Se voi pregate e amate, ecco, questa è la felicità dell’uomo sulla terra. La preghiera non è altro che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro, e unito a Dio, preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme che nessuno può più separare. Come è bella questa unione con Dio con la sua piccola creatura! E’ una felicita questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare, Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con Lui. La nostra preghiera è incenso a Lui molto gradito. Figlioli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal Paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce. Nella preghiera ben fatta, i dolori si sciolgono come la neve al sole. Anche quando ero parroco a Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei fratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a dover percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il Buon Dio e il tempo, statene certi, non mi pareva mai lungo. Ci sono alcune persone che si immergono completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perchè tutte dedite al buon Dio.

 

 

SAN BENEDETTO DA NORCIA – Patrono d’Europa

SAN BENEDETTO DA NORCIA – Patrono d’Europa

IMMAGINE SAN BENEDETTOBernardo nacque a Nursia (l’attuale Norcia) nel 480, studiò a Roma, dove fu così sconvolto dalla immoralità della società romana che rinunciò agli studi e si ritirò a Subbiaco, per vivere come eremita. Visse per tre anni completamente solo in una grotta.

In questo luogo di solitudine subì forti tentazioni del demonio, un pò su tutti i fronti. Benedetto sempre nè uscì vittorioso; la sua grande difesa era il segno della Croce. Lui stesso esortava le persone che andavano da lui a fare con fede il segno della Croce per essere liberati da ogni suggestione diabolica.  S.Benedetto stesso un giorno si liberò con il  segno della Croce dal veleno che alcuni cattivi monaci gli offrirono in un recipiente di vetro che conteneva la mortale bevanda. Benedetto alzò la mano, tracciò il segno croce sul recipiente che subito andò in frantumi.

I monaci di Vicovaro, alla morte del loro Abate, lo invitarono ad assumere la direzione della loro comunità. Accettò, ma non riuscì però a ricondurre questa comunità ad una vera vita religiosa e ritornò nella solitudine sempre vivendo come eremita.

Intanto attorno a lui si radunarono gradualmente diversi discepoli, che raggruppò in dodici “diaconati” con uno stile di vita eremitico. A Subbiaco incominciò a stendere la una Regola per aiutare le persone che desideravano darsi a una vita ascetica sotto la sua guida.

La Regola,  proponeva  un programma di vita basato sulla preghiera e sul lavoro: “Ora et Labora”, la conversione dei costumi e l’obbedienza piena all’Abate. Fra le tante norme della Regola, mise in evidenza per ogni monaco il dovere di mettere sempre “prima di tutto e sopratutto l’impegno di vivere tutto alla presenza del Signore.”

Sul monte sovrastante la pianura della vallata del Litri, abbattè gli altari delle false divinità, tagliò i boschetti sacri e si diede alla conversione dei contadini rimasti ancora pagani.

Su quel monte fu un continuo accorrere di povera gente per chiedere aiuto e protezione. Anche molti Ecclesiastici si avvicinarono a lui per chiedere saggi ammaestramenti.

Benedetto visse a Subbiaco per 25 anni, ma in seguito a rivalità locali che disturbarono la sua pace, raccolse un piccolo gruppo di monaci e si trasferì a Montecassino, dove continuò a scrivere la famosa Regola Benedettina. Questa Regola diventò norma di vita per tutta l’Europa occidentale. Si tratta di una guida ordinata, inclusiva e individuale della vita spirituale e amministrativa di un monastero. Era pratica, moderata e flessibile, ma allo stesso tempo non concedeva compromessi, soprattutto in riferimento a problemi di carattere spirituale. Per Benedetto il monastero non era nè un peniteziario, nè una scuola di gara di ascesi, ma una famiglia, una casa per coloro che cercano veramente Dio”.

Lo spirito della regola insisteva molto  sulla povertà, l’obbedienza all’Abate, il celibato. In seguito fu data grande importanza anche alla Liturgia, con solenni celebrazioni e come conseguenza a una certa riduzione dei lavori manuali.

La storia e la nascita di altri gruppi portarono in direzioni più personalizzate, così come i Cistercensi, i Camaldolesi.  Molti movimenti di riforma riguardarono le monache, fiorente fu la loro spiritualità, unita a una vasta cultura sotto la guida di stimate Badesse.

Benedetto rimase al Montecassino per il resto della sua vita; non diventò Sacerdote, ma fu veramente un uomo di Dio e grande fu la sua testimonianza come Monaco.

Circa quaranta giorno dopo che S,Benedetto aveva visto l’anima della sorella Scolastica salire al cielo sotto forma di colomba, comunicò a qualche discepolo il giorno della sua morte. Sei giorni dopo, ricevuta l’Eucaristia, mentre pregava in piedi, rese lo spirito a Dio tra le braccia dei suoi discepoli. il suo copro fu deposto accanto a quello della sorella.

La data della morte di S:Benedetto è il 21 marzo.

Il 24 dicembre 1964 San Benedetto è stato nominato da Paolo VI “patrono dell’Europa”.

 

 

SANT’ANTONIO DI PADOVA

SANT’ANTONIO DI PADOVA

Sant’Antonio è nato a Lisbona il 15 agosto 1195. Gli anni in cui visse Antonio si collocano intorno alla fine del medioevo. Dell’infanzia si conoscono poche cose con certezza. Fu battezzato col nome di Fernando; la sua famiglia era benestante. All’età di 15 anni, egli decise di entrare a far parte dei Canonici regolari della Santa Croce dell’Abbazia di S. Vincenzo di Lisbona. Rimase nell’Abazia per due anni, poi anche per alcune difficoltà interne si trasferì al convento di S. Croce a Coimbra. Qui probabilmente fu ordinato Sacerdote, Fernando era molto versato nelle Sacre Scritture e nella predicazione; egli rimase nel convento per circa otto anni, nonostante i gravi problemi che si erano creati dentro la comunità.

Nel 1219 Francesco d’Assisi organizzò una spedizione missionaria alla volta del Marocco, con l’intento di convertire i Mussulmani d’Africa. Cinue di questi frati passarono anche a Coimbra e fecero una grande impressione su Fernando. Giunti in Africa, i cinque frati furono uccisi per decapitazione e i loro corpi furono riportati a Coimbra, questo evento lo portò alla decisione di entrare nell’ordine dei Francescani di Assisi e vi rimase fino alla morte. Per sottolineare maggiormente questo suo cambiamento di vita, decise di cambiare il suo nome di Battesimo; da Ferdinando a Antonio. Non appena superate le opposizioni di alcuni fratelli, s’imbarcò con il fratello Filippino di Castiglia per una missione alla volta del Marocco, tuttavia, giunto in Africa, contrasse una malattia tropicale e dopo alcuni mesi dovette tornare a Coimbra. Purtroppo durante il viaggio di ritorno a causa di una grande tempesta approdò con il confratello Filippino sulle coste della Sicilia orientale, dove vennero portati nel convento francescano della città di Milazzo. Informati che in occasione della Pentecoste, Francesco d’Assisi aveva convocato i suoi frati per il capitolo generale, nel 1221, con i frati di Messina cominciò a risalire a piedi per l’Italia. Il viaggio durò parecchie settimane. Arrivato ad Assisi ebbe la grazia di incontrare direttamente Francesco, che prima conosceva solo per testimonianze indirette. Terminato il capitolo generale, i frati ritornarono alle proprie destinazioni, solo che per Antonio non fu data nessuna destinazione, nessuno sapeva della sua cultura e lui stesso visse nel nascondimento per amore di Gesù. Fra Graziano, avendo scoperto in Antonio le sue particolari capacità, lo portò con sè e lo assegnò all’eremo di Montepaolo, non lontano da Forlì. Qui arrivò nel 1221 con altri confratelli e vi rimase un anno dedicandosi ad una vita semplice, a lavori manuali, alla preghiera e alla penitenza. Dopo qualche mese, partecipò alle Ordinazioni Sacerdotali e gli fu imposto di fare lui una meditazione, in quella occasione si rivelò il suo talento e la sua profonda preparazione; la notizia giunse ad Assisi, che lo chiamarono per altre predicazioni. Antonio cominciò così a viaggiare come predicatore nei villaggi della Romagna e in altre regioni. La sua predicazione fu contro i cristiani eretici contro i Catari, gli Albigesi e i Patarini. La sua predicazione contro le varie forme di eresie fu assai efficace. Avvertendo la necessità di dare alle persone una cultura Teologica più consistente, ebbe la possibilità di fondare nel 1223 un primo studentato teologico francescano a Bologna, presso il convento di S.Maria della Pugliola. Francesco stesso ebbe modo di conosce e di approvare questa iniziativa di Antonio. Intanto continuava la sua predicazione itinerante in Romagna, Emilia, Lombardia e Liguria. In seguito fu inviato anche in Francia per convertire i Catari e gli Albigesci. A Mompelliier, dice la leggenda che Antonio ebbe anche il fenomeno della  bilocazione, poichè si trovò a predicare in due città contemporaneamente. Ancora la leggenda dice che mentre Antonio predicava ad Ales ci fu l’apparizione di Francesco d’Assisi che benedisse la fola. A Tolosa si verificò il miracolo del mulo che rifiutò la biada per inginocchiarsi davanti all’Eucaristia. Antonio amava ritirarsi solo, anche se viveva in grandi città, applicandosi alla contemplazione e alla preghiera. Tornato in Italia, fu nominato ministro provinciale per l’Italia settentrionale, nonostante questo incarico gli comportasse la visita di numerosi conventi: Milano, Venezia, Vicenza, Verona, Ferrara, Trento, Brescia, Cremona, Varese, fra tutte queste città Antonio scelse  però il convento di Padova come residenza fissa, quando non era in viaggio. Qui Antonio cercò di portare a termine senza però riuscirci la sua più importante opera scritta: “I Sermoni”, un opera di profonda teologia che lo farà proclamare  Dottore della Chiesa. Ormai una folla notevole lo seguiva nelle sue predicazioni, tanto da riempire non solo le Chiese, ma anche le piazze.Tra le predicazioni instancabili e le lunghe ore dedicate al confessionale, spesso Antonio compiva anche lunghi digiuni. Antonio riusciva a far convivere grande rigore e dolcezza d’animo. Alcune sue parole scritte nei sermoni: Ai superiori disse:

“La vita del prelato deve splendere di intima purezza, deve essere pacifica con i sudditi, che il superiore ha da riconciliare con Dio e fra di loro; modesta, cioè di costumi irreprensibili; colmo di bontà verso i bisognosi; i beni che egli dispone, fatta eccezione del necessario, appartengono ai poveri, e se non li dona generosamente è un rapinatore, e come rapinatore sarà giudicato. Deve governare senza doppiezza, cioè senza parzialità e caricare su se stesso della penitenza che toccherebbe agli altri”.

Ai frati in genere disse;

“I frati, che sono servi e ministri degli atri frati, visitino e ammoniscano i loro fratelli e li correggano con umiltà e carità”.

Nella Quaresima del 1228 Antonio rientrò a Padova dove coltivò i legami e le relazioni con gli esponenti di altri ordini. Divenne amico del superiore dei Benedettini. Fondò una confraternita dal nome di S. Maria  della Colomba, e i membri presero il nome di Colombini. Antonio fu a Roma per dirimere alcune questioni e il Papa Gregorio IX lo incaricò per alcune predicazioni che ebbero un grande effetto su tutti. l Papa stesso lo chiamò “Arca del testamento” “esimio teologo”. L’impressione fu molto forte anche fra i Cardinali e alcuni di loro lo invitarono a predicare al loro popolo.  Antonio ebbe modo di incontrarsi con il Papa, quando venne ad Assisi per Canonizzare Francesco e per benedire la prima pietra della grande Basilica dove venne poi posto il corpo di Francesco. Ad Assisi Antonio accusò diversi disturbi fisici e chiese di essere sollevato dall’incarico di Ministro provinciale. Si ritirò a Padova e gli succedette come superiore provinciale il pisano Fra Alberto. La quaresima e la predicazione avevano fiaccato Antonio al punto che in diverse occasioni doveva essere portato a braccio sul pulpito. Afflitto da idropisia e dall’asma trovava a volte difficile anche il solo camminare. Acconsentì di ritirarsi per una convalescenza nel Convento di Santa Maria Mater Domini. Nel giugno 1231 pochi giorni prima della sua morte Antonio soggiornò a Campo San Piero. La tradizione narra che qui ebbe la famosa predica del noce e sempre qui ebbe la visione di Antonio con in braccio il bambino. Il 13 giugno 1231 si sentì mancare e avendo compreso che non gli restava molto da vivere chiese di essere riportato a Padova dove desiderava morire. Ricevuta l’unzione degli infermi, ascoltò i confratelli cantare l’inno mariano da lui prediletto “O gloriosa Domina” quindi pronunciate le parole “vedo il mio Signore” morì, aveva 36 anni. Fu canonizzato il 30 maggio 1232 da Papa Gregorio IX.

SANTA GEMMA GALGANI

SANTA GEMMA GALGANI

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Gemma Galgani nacque il 12 marzo 1878 a Borgonuovo di Camilliano presso Lucca. Morì l’11 aprile 1903 il Sabato Santo. Ebbe un infanzia felice fino a 7 anni, quando morì la madre. Le sue sofferenze furono molteplici: soffrì molto a causa di disgrazie familiari e disastri economici.

Nel 1894, muore Gino, il fratello seminarista. Dopo 2 anni subì una malattia che affrontò eroicamente e accetto senza anestesia una dolorosa operazione al piede. Nel Novembre 1897 rimase orfana anche del padre; venne accolta dalla famiglia Giannini, che le restò accanto fino alla morte e fu testimone della sua santità. Nell’anno fra il 1898 e 1899, guarisce da una malattia alla colonna vertebrale per intercessione di San Gabriele dell’Addolorata, passionista che diverrà il suo “spirito protettore. E’ in questo periodo che iniziano le sue esperienze mistiche. L’8 Giugno 1899 il Signore le fa dono delle Stigmate. E’ questo il segno del suo essere “sposa di un Re Crocifisso. E’ una significativa conferma per tutti che la croce genera amore.

La vita di Gemma trascorre attraverso la via tortuosa e buia dell’incomprensione, anche da parte delle persone più vicine e molto importanti per la sua vita. Sperimentò l’abbandono e a volte anche il disprezzo. Nella vita quotidiana, dette prova di grande pazienza e serena sopportazione. Fu sempre grande in lei il desiderio di rendersi utile al prossimo, ma per la poca salute e per i tanti dubbi sulla storia della sua vita, si ritrovò davanti a molte “porte chiuse”. La “povera Gemma” come lei si definiva era innamorata della Croce e grande era la sua sensibilità per i dolori del Crocifisso. Ardentemente desiderò entrare in monastero, fra le Passioniste Claustrali, ma non fu compresa in questa sua aspirazione. Il Signore poi dispose diversamente per la sua vita. Fra le Passioniste Gemma entrerà gloriosamente, ma dopo la sua morte. Le sue spoglie ora riposano al centro del Monastero delle Claustrali Passioniste di Lucca. Si realizzava così l’antico desiderio che Gesù aveva messo in cuore a Gemma.

Il 14 maggio 1933 Pio XI annovera Gemma Galgani fra i Beati della Chiesa.

Il 2 maggio 1940 Pio XII riconoscendo la pratica eroica delle sue virtù cristiane innalzò la Beata Gemma alla gloria dei Santi. Lo stesso Papa mise in evidenza la preziosa testimonianza e il particolare messaggio che Santa Gemma portava alla Chiesa. La sua disse, fu una vita condotta in condizioni umili, in povertà di affetti, del sapere, della stima, e in grande povertà anche di salute. Il Papa mise in evidenza come nell’oscurità e nella sofferenza, Gemma riuscì a raggiungere sublimi altezze di santità. Santa Gemma, ha generosamente accettato di farsi “immagine fisica del Crocifisso”, e questo percorrendo la strada delle stesse nostre difficoltà e di certe prove comuni un pò a tutti.

Scrive Mons. Agresti nel suo libro: “la Santa lucchese si presenta come una tesi sconvolgente ma necessaria all’uomo di oggi…. Ella visse in drammatica solidarietà con gli uomini, addossandosene le colpe e si fece strumento di redenzione per quanti incontrava tra le mura della città di Lucca. E’ il messaggio di una “povera” che pone Dio in tutto il proprio bene”.

Per non considerare Santa Gemma troppo distante dalla nostra vita, è interessante un brano della sua autobiografia: “Glielo dico a Gesù che io non posso, come i santi, chiedere di patire. Il patire mi sbalordisce, non sono buona a patir bene. Insieme con la Croce voglio anche la pazienza”. Quando l’intensità dei dolori la investiva, diceva: “Gesù, mi fai bere la passione fino all’ultima goccia; dammene un pochino per volta… “.