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SANTA SCOLASTICA

SANTA SCOLASTICA

Santa ScolasticaScolastica, la sorella di san Benedetto da Norcia, è praticamente la fondatrice del monachesimo occidentale femminile. Scolastica è nata a Norcia nel 480 e morì a Montecassino. Le poche notizie che abbiamo della vita di Santa Scolastica le troviamo nei dialoghi del Papa San Gregorio Magno. A 12 anni viene mandata a Roma a studiare con il suo fratello Benedetto, ma turbata dall’ambiente molto immorale si ritirò in un eremitaggio. Benedetto la invitò a servire Dio non già fuggendo dal mondo verso la solitudine, ma vivendo in comunità durature e organizzate e dividendo rigorosamente il proprio tempo fra la preghiera e il lavoro: “Ora et Labora”. Da giovanissima Scolastica si consacrò al Signore con il voto di castità. Più tardi mentre il fratello Benedetto  viveva a Montecassino con i suoi monaci, Santa Scolastica fondò un Monastero nelle zone vicine con un gruppetto di donne consacrate. Papa Gregorio Magno narra che Benedetto e Scolastica un giorno si incontrarono fuori dai rispettivi monasteri, un colloquio che non finiva mai più, su tante cose del cielo e della terra. Scolastica voleva prolungare il colloquio, ma Benedetto rifiutò perché la regola del monastero proibiva ai monaci di rimanere fuori durante la notte. Allora Santa Scolastica si raccolse in preghiera ed ecco scoppiare un temporale violentissimo che gli costrinse a rimanere in quella casa per tutta la notte. Tre giorni dopo, leggiamo nei dialoghi, Benedetto apprese della morte della sorella vedendo la sua anima salire verso l’alto in forma di colomba. I monaci scesero allora a prendere il corpo di Scolastica e la seppellirono nel monastero di Montecassino. Abbiamo poche notizie di Santa Scolastica ma sappiamo che osservava rigorosamente la regola del silenzio, un giorno disse alle sue consorelle: “Tacete o parlate solamente di Dio”.

 

SAN GIOVANNI BOSCO

SAN GIOVANNI BOSCO

Giovanni Bosco nasce il 16 agosto 1815 in una frazione collinare chiamata I Becchi di Castelnuovo d’Asti. Suo padre si chiamava Francesco ed era un contadino, la madre Margherita Occhiena. Quando Giovanni aveva 2 anni, il padre contrasse una grave polmonite che lo condusse alla morte a soli 33 anni, lasciò la moglie vedova a 29 anni con tre figli da crescere: Antonio, Giuseppe e Giovanni. Erano anni di carestia e mamma Margherita dovette lavorare i campi con grande sacrificio per rassicurare il sostentamento alla famiglia. A 9 anni il piccolo Giovanni fece un sogno e da allora continuerà ad essere visitato da sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alla società e ai suoi giovani, alla Congregazione Salesiana, alla Chiesa. Lui stesso definì profetico il sogno fatto a 9 anni che un giorno raccontò ai ragazzi del suo oratorio: “Gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto dove si divertivano una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano e non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie egli si lanciò in mezzo a loro cercando di arrestarli usando pugni e parole, ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente vestito, il suo viso era luminoso, lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il Figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve vicino a lui una maestosa donna e in quell’istante al posto dei giovani c’erano una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare, cresci umile e virtuoso perché questo è ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che ascoltavano, correvano e giocavano fraternamente”. Proprio dopo questo sogno si accese nel giovane Bosco la sua vocazione. Per avvicinare i ragazzi alla preghiera e all’ascolto della Santa Messa imparò i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando in tal modo tanti altri ragazzi i quali venivano poi da lui invitati alla preghiera del rosario e del vangelo. Nel marzo 1826 Giovanni prese la prima comunione.

Divenuta insostenibile la convivenza con il fratello Antonio, mamma Margherita fu costretta ad allontanare Giovanni e mandarlo a vivere come garzone presso una cascina dei suoi parenti. Più tardi venne nel paese un sacerdote il quale si rese conto dell’intelligenza e delle capacità di Giovanni e qui lo accolse nella propria casa per insegnarli la grammatica latina e prepararlo al sacerdozio.

Nel 1831 morì il fratello Antonio e la mamma Margherita richiamò in casa Giovanni con la possibilità di frequentare gli studi a Castelnuovo dove imparò a fare il sarto e anche altri mestieri come il falegname, il fabbro e altri lavori artigianali. Giovanni fondò anche la Società dell’Allegria attraverso la quale tentava di avvicinare diversi giovani. Il giovane Bosco difese più volte persone in difficoltà e questo lo portò un giorno diventato sacerdote ad affermare nelle sue memorie questa frase: “Posso dire che ho imparato nella vita a vivere da cristiano e ho compreso quanto fosse essenziale per la salvezza dell’anima, aiutare il prossimo”. Un giorno formulò un motto di vita molto importante: “Dammi le anime, prendi tutto il resto”.

Nel 1832 continuò gli studi con grande capacità intellettiva. Si presentò ai francescani con il desiderio di essere accettato nel loro ordine, ma cambiò ben presto questa idea su consiglio anche di don Giuseppe Cafasso. Il 30 ottobre 1835 si presentò nel seminario di Chieri, qui trovò un carissimo amico che si chiamavo Comollo, ma questi due anni dopo morì. Dopo qualche giorno Giovanni Bosco raccontava di aver sentito per tre volte “Bosco, Bosco,Bosco. Io sono salvo!”. Fu molto turbato da questo evento e da quel momento in poi decise di porre la salvezza eterna sopra tutto. Il 29 marzo 1841 ricevette il diaconato e il 5 giugno 1841 venne ordinato sacerdote. Dopo aver rifiutato una serie di incarichi si dedicò ad alcuni problemi sociali del tempo. Seguendo l’esempio di Sant’Alfonso Maria dei Liquori, San Francesco di Sales e Santa Teresa d’Avila si aprì per lui la missione che tanto desiderava fin da bambino: essere sacerdote tra i giovani ed insegnare loro ad amare il Signore, Maria e tutto ciò che riguarda il vangelo. Bartolomeo Garelli, muratore di 16 anni arrivato ad Asti orfano, analfabeta, si presentò nella Chiesa di San Francesco e fu affidato alla custodia di Giovanni Bosco, così avvenne per altre famiglie e altri giovani. San Giovanni Bosco si occupò molto della gioventù povera per sollevarla dalla miseria e offrendo loro qualche possibilità anche di lavoro. Don Bosco come tutti i santi era animato da un fuoco di carità verso il prossimo e il suo amore per il prossimo gli aprì strade veramente nuove. Don Bosco cercava per le vie di Torino bambini e ragazzi dediti anche alla delinquenza e con la sua santità gli aiutò molto nel riscattare la propria vita. Insieme a don Cafasso iniziò anche a visitare le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale venivano i giovani dai 12 ai 18 anni. Don Bosco sapeva che quei ragazzi trattati in quel modo sarebbero andati alla rovina senza una guida e un sostegno morale. Don Bosco divenne anche cappellano di una istituzione sanitaria per le bambine povere e i disabili. Coadiuvato dal teologo Giovanni Borrei riuscì a proseguire l’attività dell’oratorio festivo. Nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società salesiana con la quale assicurò la stabilità delle sue opere. Dieci anni dopo come aveva visto in sogno iniziò la costruzione del Santuario di Santa Maria Ausiliatrice. Nel 1872 con Santa Maria Domenica Mazzarello fondò l’istituto di Maria Ausiliatrice con lo scopo di educare la gioventù femminile. Tre furono i grandi amori di Giovanni Bosco: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa. Molto particolare fu la sua devozione per Maria Ausiliatrice.

San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e venne beatificato da Pio XI e dichiarato Santo il 1 aprile 1934.

San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese, la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti del mondo.

SANTO STEFANO PROTOMARTIRE

SANTO STEFANO PROTOMARTIRE

stefanoDel grande e veneratissimo martire Santo Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse Greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni con lingue, costumi e religioni diverse; il nome Stefano, in greco ha il significato di “Coronato”. Si è pensato anche che fosse un Ebreo educato nella cultura Ellenistica; certamente fu uno dei primi Giudei a diventare cristiano e prese a seguire gli apostoli e vista la sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne il primo diacono di Gerusalemme.

Gli Atti degli Apostoli al capitolo 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni; qualche tempo dopo la pentecoste il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli Ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le vedove venivano trascurate. Allora i 12 apostoli, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel servizio delle mense, trascurando così la predicazione della Parola di Dio e la preghiera, pertanto questo compito doveva essere affidato a un gruppo di sette di loro, così gli apostoli potevano dedicarsi di più alla preghiera e al ministero. La proposta fu accettata e vennero eletti Stefano, uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procolo, Nicanore, Timone, Parmenas, Nicola di Antiochia; a tutti, gli apostoli imposero le mani; la chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del mistero diaconale. Nell’espletamento di questo compito, Stefano, pieno di grazia e di fortezza compiva grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma era anche attivo nella predicazione, soprattutto agli Ebrei della diaspora che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto.

Nel 33 o 34 d.C. gli Ebrei ellenistici vedevano il gran numero di convertiti, pertanto sobillarono il popolo e accusarono Stefano di pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio. Gli anziani e gli scribi lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il nazareno distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato. Alla domanda del sommo sacerdote: “Le cose stanno proprio così?”. Il diacono Stefano pronunciò un lungo discorso in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi.” Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”. Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano ispirato dallo Spirito Santo, alzò gli occhi e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che stà alla destra di Dio”. Fu il colmo, elevando grida altissime e turandosi gli orecchi, i presenti si scagliarono su di lui e a strattoni lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre, i loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saul, (il futuro apostolo delle genti, San Paolo), che assisteva all’esecuzione. In realtà non fu un esecuzione regolare in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di condannare persone a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza quando Stefano fu trascinato fuori dal furore del popolo, quindi si trattò di un linciaggio incontrollato. Mentre il giovane diacono protomartire crollava insanguinato sotto i colpi degli aguzzini, pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”. Dopo questo evento nella città di Gerusalemme si scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani.

Fra la chiesa nascente e la sinagoga il distacco si fece sempre più evidente, fino alla definitiva separazione; la Sinagoga, si chiudeva in se stessa per difendere e portare avanti i propri valori tradizionali; la chiesa sempre più inserita nel mondo greco-romano si espandeva iniziando la straordinaria opera di inculturazione del vangelo.

 

SAN CARLO BORROMEO

SAN CARLO BORROMEO

Carlo nacque ad Arona, sul Lago Maggiore nel 1538, in una nobile e ricca famiglia. Il padre Gilberto era noto per la profonda religiosità e per la sua generosità verso i poveri. Anche la madre Margherita era piissima, purtroppo morì quando Carlo aveva solo 9 anni.

A 12 anni Carlo fu nominato commendatario di un Abbazia Benedettina di Arona che fruttava una rendita di 2000 scudi. Nonostante l’età, però il ragazzo aveva già le idee chiare. Infatti appena ricevuta l’investitura, corse dal padre a dire che intendeva spendere quei soldi in aiuto ai poveri.

A 14 anni si recò a studiare prima a Milano, poi a Pavia, nella condizione di studente rivelò ben presto i suoi numerosi talenti: grande intelligenza, carattere tenace e riflessivo, era portato all’essenziale e a non perdersi in tante banalità o esperienze superficiali. Nel 1559 diventò Dottore in “utroque jure” e aveva solo 21 anni.

Quando Carlo aveva 22 anni il Papa Pio IV lo nominò Cardinale con un incarico che oggi viene chiamato Segretario di Stato. Poco dopo gli affidò anche l’amministrazione della Diocesi di Milano con l’obbligo però di restare a Roma. Carlo nonostante le cariche rimaneva sempre un uomo di cultura, a tal fine fondò un Accademia a carattere umanistico letterario.

L’improvvisa morte del fratello Federico avvenuta nel 1562 fu interpretata da Carlo come un segno da parte di Dio per riformare la propria vita ancora di più in senso evangelico. Ridusse il proprio tenore di vita, intensificando la penitenza, i digiuni e le rinunce. Riprese inoltre, con più impegno, la propria formazione teologica e pastorale.

Ma il più grande merito di Carlo Borromeo fu di convincere il Papa a riconvocare il Concilio di Trento sospeso nel 1555, egli fu la mente organizzatrice e l’ispiratore di questa nuova ripresa.

Nel luglio 1563 fu ordinato sacerdote e poco tempo dopo Vescovo.

Nell’aprile 1566 raggiunse Milano, dove iniziò subito la grande opera di riforma secondo il Concilio di Trento. Fu un organizzatore geniale e un lavoratore instancabile tanto che Filippo Neri esclamò: “questo è un uomo di ferro”.

Organizzò la sua Diocesi in 12 circoscrizioni, curò la revisione della vita della parrocchia, obbligando i parroci a tenere i registri di archivio, con le varie attività e associazioni particolari.

Si impegnò molto nella formazione del clero, creando il Seminario Maggiore e Minore. Fu soprattutto instancabile nel visitare le popolazioni affidate alla sua cura pastorale spirituale, iniziando la sua prima visita nel 1566 subito dopo l’arrivo a Milano.

Incontrò difficoltà e talvolta anche ostilità, come nel caso dell’attentato che subì il 26 ottobre 1569 ad opera di quattro frati dell’Ordine dell’Umiliati, uno di questi gli sparò mentre era in preghiera nella sua cappella privata, la pallottola gli forò il rocchetto, ma lui rimase illeso miracolosamente ed il popolo lo interpretò come un segno dell’alta bontà delle sue riforme.

Ma lo spessore della sua personalità di pastore e del suo grande amore lo mostrò in occasione della peste del 1576 assente da Milano perchè in visita pastorale rientrò subito, mentre il governatore spagnolo e il gran cancelliere fuggivano via. Organizzò l’opera di assistenza, visitò personalmente e coraggiosamente i colpiti dal terribile morbo, aiutò tutti instancabilmente.

Il Borromeo fece quattro viaggi a Roma e quattro a Torino come devoto della Sacra Sindone.

A causa della sua attività pastorale senza sosta, i frequenti viaggi, delle continui penitenze, la sua salute peggiorò rapidamente. La morte lo colse il 3 novembre 1584.

Il suo culto si diffuse rapidamente fino alla canonizzazione fatta nel 1610 dal Papa Paolo V.

Carlo Borromeo moriva fisicamente ma la sua eredità, fatta di santità personale e di azioni instancabile per la Chiesa era più viva che mai e continua anche ai nostri tempi.

SANTA TERESA DI LISIEUX

SANTA TERESA DI LISIEUX

santa-teresina-di-lisieuxMaria Francesca Teresa Martin, nasce a Alencon in Normadia, il 2 gennaio 1873 e muore a soli 24 anni a Lisieux il 30 Settembre 1897. La sua è stata una famiglia di cristiani ferventi al punto che recentemente il Papa li ha dichiarati santi. Ultima di 9 figli, ebbe una infanzia felice. All’età di 4 anni rimase orfana della mamma e la famiglia si trasferì a Lisieux. A nove anni Teresa si ammalò di una strana malattia dalla quale guarì dopo un’apparizione della Vergine Maria.

Il 9 Aprile 1888, Teresa entra nel Carmelo di Lisieux dove già stavano due delle sue consorelle. Dopo la professione Teresa fu per qualche hanno anche responsabile delle novizie. Fin dall’infanzia Teresa ebbe il dono di un autentica esperienza di Dio. La vocazione religiosa di Teresa affonda le radici in una duplice realtà; la prima favorita da una fede profonda in Dio e nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia; la seconda forte esperienza è in riferimento all’apparizione della Vergine Maria che in seguito determinò il forte desiderio di donarsi a Dio, nella vita del Carmelo.

La sua esistenza si è svolta tutta dentro le mura del convento, eppure il suo messaggio ha assunto un carattere universale. Ammalatasi di tubercolosi, visse nell’attesa della morte in modo edificante. Il suo abbandono a Dio era tale da non esigere niente. Teresa viveva di un amore bruciante per Gesù. Pochi giorni prima di morire, alle sorelle che le domandavano con quale nome avrebbero dovuto pregarla quando fosse stata in cielo, mi chiamerete “piccola Teresa”. La sua agonia fu lunga e molto sofferta. Oltre al dolore fisico, fu provata nella fede: lei stessa un giorno disse “Credo perché lo voglio” e pronunciò più volte queste parole. Passò di fatto i suoi ultimi giorni su questa terra in una profonda aridità spirituale. Nell’ultimo istante della sua vita, quando già la credevano morta, Teresa riaprì gli occhi e si rianimarono di una fiamma straordinaria. Il suo volto divenne luminoso. Morì certamente in estasi.

Teresa ha lasciato a noi il suo famoso manoscritto “Storia di un’anima” dove si esprime con un linguaggio che pochi critici giudicano infantile; il suo pensiero è davvero geniale, soprattutto per le intuizioni che dimostra di avere in riferimento alla vita spirituale. Il segreto di Santa Teresa del Bambino Gesù è: amare Dio e lasciarsi prendere fra le sue braccia. La missione di Santa Teresa continua nel tempo. Teresa di Lisieux sapientemente ci indica un sicuro itinerario per raggiungere la meta suprema: e cioè l’intimità con Dio, l’intimità con un Padre amatissimo e tenero.

Ecco alcune sue riflessioni:

  • “L’amore per gli altri, si nutre di sacrifici”.
  • “Nostro Signore si occupa di ogni anima con tanto amore quasi fosse la sola ad esistere”.
  • “Gesù sà bene che l’amore si ripaga soltanto con amore; per questo ho cercato e trovato sollievo rendendo amore per amore”.
  • “La lontananza non è fatta per separare i cuori che si amano in Gesù, ma serve piuttosto a rendere più forte il vincolo che li unisce”.
  • “I giorni più radiosi sono seguiti da tenebre; soltanto il giorno dell’eterna comunione del cielo sarà senza tramonto”.
  • “Fa tanto bene e dà tanta forza non raccontare le proprie pene inutilmente”.
  • “La sofferenza se ben accettata, glorifica e purifica. Si scontano i peccati degli altri e ciò glorifica. Si scontano i propri peccati e ciò purifica”.
  • “Soffrendo e offrendo, si trasforma in sacramento quello che riusciamo a dare”.
  • “Il silenzio fa avanzare l’anima nella via della virtù”.
  • “La serenità interiore si acquista con la fiducia in Dio anche in mezzo alle avversità della vita e a tante incomprensioni”.
  • “Cercare Dio, è già un modo di amarlo”.
  • “Se oggi il mondo è nella tristezza e nell’agonia è perché ha dimenticato di camminare con Dio, come Egli stesso ha sempre ordinato”.
  • “Vorrei dire una infinità di cose che mi appaiono in prima luce, ora che sono alle porte dell’eternità, tutto ciò che non posso dire quaggiù lo farò comprendere dall’alto dei cieli”.
  • “Quando a volte il mio spirito si trova in completa aridità, recito molto lentamente il Padre nostro”.
  • “E’ soltanto con la preghiera e con il sacrificio che possiamo essere utili alla Chiesa”.
  • “Voglio passare il mio cielo nel fare il bene sulla terra, aiutando continuamente i fratelli che ancora sono sulla terra, mi riposerò quando l’Angelo dirà:il tempo non è più”.