Angela Merici nacque verso l’anno 1474 e morì nel 1540, all’età di circa 65 anni. La sua vita si può suddividere in tre tappe di circa 20 anni. La prima, quella delle illuminazioni, è seguita da un periodo di vita nascosta, che prelude alla terza tappa caratterizzata da un’azione apostolica intensa.
Prima tappa: le grandi illuminazioni
La prima illuminazione avviene presto nella vita di Sant’Angela. Secondo le sue confidenze, aveva cinque o sei anni quando cominciò a conoscere ed amare Dio, non in maniera astratta ma, secondo quanto afferma Antonio Romano, testimone al processo diocesano di beatificazione: (per quanto me disse) avendo udito leggere al padre libri spirituali di Santi et Vergini, cominciò a darsi ad una vita sobria spirituale e contemplativa. Angela è incoraggiata ad imitarli. Queste letture le aprono un cammino di preghiera; comincia a parlare a Dio e a cercare luoghi e tempi di raccoglimento. Nello stesso tempo, riesce ad attirare la sorella maggiore alla sua vita di preghiera e di astinenza. Angela cresce, dunque, in un ambiente rurale di forte fede cristiana, con i fratelli e una sorella. A questi anni di felicità familiare segue un periodo di lutto. Verso il 1490 – Angela aveva raggiunto allora probabilmente i 16 anni di età – la sua sorella maggiore muore, lasciandola nell’angoscia. Dopo un tempo di preghiera intensa, Angela riceve la seconda illuminazione: un giorno, mentre lavora nei campi, Angela vede la sorella circondata dagli angeli, nella gioia celeste. Da questo momento si sente incoraggiata ad intensificare la vita di preghiera e di rinunzia.
Dopo la morte dei genitori, Angela è accolta dallo zio materno, Biancoso de Bianchis, un notaio ricco della città di Salò. All’età del matrimonio, lascia dunque la sua vita semplice e laboriosa per un ambiente di piacere. Non desiderando né sposarsi né entrare in un chiostro, Angela sceglie – è la terza illuminazione – di entrare nel terz’Ordine di San Francesco, iniziando una vita di povertà, lavoro, preghiera ed astinenza secondo l’esempio del poverello d’Assisi. Nello stesso tempo, questa bella ragazza, piena di gioia serena nonostante i lutti sofferti, attira gli altri a Dio. Secondo Matteo Bellintani, benché fosse ancora giovane, Angela con i suoi esempi e le sue parole esortava numerose persone a vivere una vita cristiana più fervida: all’esempio suo e suoi santi ricordi, si svegliò in molte persone, benché ella era giovinetta ancora, spirito di santità. Giovane adulta, Angela ritorna a Desenzano e condivide la vita semplice e laboriosa degli contadini. Un giorno, mentre lavora nei campi, i cieli si aprono per la quarta ed ultima illuminazione. In una visione a mezzogiorno, mentre le sue compagne si riposano, Angela riceve da Dio la missione di fondare una Compagnia di vergini, la qual si doveva dilatare. Qui termina il tempo delle illuminazioni e comincia per Angela un lungo periodo di vita laboriosa e nascosta.
Seconda tappa: una vita nascosta
All’inizio del XVI secolo, niente di particolare caratterizza la vita di Angela, una lunga vita serena di preghiera e di lavoro nei campi, senza alcun segno della missione che è chiamata a compiere. Come i suoi contemporanei vive anni di pace ed esperimenta i disagi della guerra combattuta tra il 1509 e il 1516. La sua casa delle “Grezze” in Desenzano si trova vicina alla strada che collega Brescia a Venezia, dunque esposta alle ruberie degli eserciti pronti ad impadronirsi dei raccolti e del bestiame. Una testimonianza del biografo Bernardino Faino getta un po’ di luce su questo lungo periodo di attesa: Angela è amabile e dolce; la sua amicizia è ricercata da molte persone, non solamente a Desenzano, ma anche nelle borgate lungo il lago di Garda. Con soavissime parole, Angela cerca di orientare tutti verso il cielo: aveva con la sua gran carità contratta amicizia non solo con quei della Terra ma con tutta la riviera; tutti andavano a gara per averla in casa. Andava però modestamente Angela nelle case altrui, e contrattando confidentemente con ogni persona, cercava sempre d’acquistar qualche anima al Cielo, il che era il suo fine principale. Queste parole rivelano i doni di relazione e di comunicazione che vanno crescendo nella sua personalità. Questi doni sono confermati dal Bellintani quando scrive: questa umiltà amabile e graziosa rendeva il suo parlare con altri, e parimente i gesti e i costumi suoi. Questa tutti onorando, ed a tutti sottoponendosi, travagliava con molta leggiadria all’emendazione della loro vita, ed al profitto della vita cristiana. Questa la faceva sicuramente vivere nel mondo negoziando nei fatti della salute con ogni sorte di persone.
Una richiesta inaspettata cambia totalmente la sua vita semplice. Dopo quattro anni di guerra, la città di Brescia è sconfitta; moltissime famiglie piangono i loro morti. Consapevoli della ricca personalità umana e spirituale di Angela, i superiori francescani del Terz’Ordine la mandano a Brescia per consolare una vedova, Caterina Patengola, che aveva perso durante la guerra il marito, due figli, una figlia e il genero, e che rimaneva sola con una nipotina di quattro anni. Angela in spirito di obbedienza lascia tutto: fratello, amici, casa e campi, abitudini, lavori agricoli. A Brescia la sua esistenza cambia totalmente: iniziano per lei, in modo provvidenziale, gli ultimi vent’anni della sua vita.
Terza tappa: una vita apostolica intensa
Trascorso un anno nella casa di Caterina, Angela riesce non solo a pacificarla, ma anche ad aiutarla a crescere nell’apertura verso gli altri. Da questo momento, la vedova adotta uno dopo l’altro piccoli orfani per educarli e far loro apprendere un mestiere. Terminata la sua missione, Angela rimane a Brescia per motivi spirituali: ha maggior facilità di partecipare alla Messa quotidiana, di ricevere i sacramenti e di ascoltare le omelie. Con cuore materno accetta l’invito di stabilirsi nella casa di Antonio Romano, un giovane mercante di 24 anni, appena arrivato a Brescia, che aveva incontrato Angela presso Caterina Patengola. Per 12 anni, Angela rimane nella sua casa, vicina alla chiesa di Sant’Agata e alle porte della città, nelle vicinanze dei quartieri dei mercanti e dei poveri. La testimonianza del Romano è molto importante per conoscere l’influenza crescente della santa fra i bresciani: di giorno in giorno, crescendo in santità veniva la sua fama di vita spirituale spargendosi fra il popolo, in modo che vi concorrevano moltissimi della città di Brescia. La santità di vita di questa donna di preghiera, ma anche le sue qualità umane di accoglienza, ascolto, comprensione e saggezza spiegano l’interesse dei concittadini per la persona di Sant’Angela. Il Romano ricorda la forza della sua preghiera per ottenere grazie dal Signore, ma anche l’efficacia delle sue parole per quietare qualche discordia e ottenere giustizia: pacifica due nobili bresciani determinati a combattersi fino alla fine. Secondo il Faino, la “Madre”, come la chiamano i cittadini, va a visitare ciascuno nella sua casa e riesce con dolcissime parole a persuaderli a rappacificarsi. Un secondo caso rivela la forte personalità della santa e i suoi doni di persuasione: al ritorno dal pellegrinaggio a Mantova, Angela si reca a Solferino presso il signor Luigi di Castiglione, per ottenere da lui la grazia in favore di un amico bandito e la restituzione dei suoi beni. Nonostante il carattere duro e orgoglioso del Principe, Angela riesce, con umili e dolci parole, a persuaderlo a perdonare il servo colpevole. Non è sorprendente che il Romano commenti l’episodio dicendo: la sua fama si spargeva nei circonvicini luoghi, talmente che ogni Signore gli concedeva quello che domandava.
Nel 1524, Angela si reca in Terra Santa con il Romano e il cugino Bartolomeo. Una cecità temporanea contratta durante il viaggio le fa vivere intensamente i misteri di Gesù Cristo, specialmente al Calvario. Secondo il Bellintani, avrebbe ricevuto qui, durante una lunga preghiera, una grazia particolare di maternità spirituale per i futuri membri della Compagnia. Al ritorno, nella città di Venezia, viene ospitata nell’ospedale degli Incurabili dove venerro da lei alcuni nobili
Signori a visitarla e per intendere e interrogarla della vita, e della sua scienzia. Questi nobili, convinti della santità di Angela e dei suoi doni di guida spirituale, le chiedono di rimanere a Venezia a servizio dei luoghi pii. L’anno dopo, Angela va in pellegrinaggio a Roma par l’Anno Santo ed è accolta dal Papa Clemente VII, che a sua volta le chiede di rimanere a Roma per i medesimi motivi. Angela non accetta quegli inviti, sicura che il Signore l’aspetta a Brescia per il compimento della sua missione di fondatrice.
Al ritorno dai due pellegrinaggi, Angela è coinvolta in un’attività apostolica intensa: manifesta il dono di discernere la vocazione delle persone, spiega la Sacra Scrittura, è consultata da teologi e predicatori, realizza conversioni importanti, è visitata da persone di tutte le classi sociali, ha il dono particolare di riconciliare famiglie e società e, soprattutto, diviene maestra di vita spirituale. Pian piano giovani e donne si riuniscono attorno a lei.
Nel 1528 e una seconda volta nel 1532, forse già con parecchie figlie spirituali, Quarta tappa: la fondazione
Dopo quarant’anni di attesa, giunge il tempo della fondazione. Nello scrivere la Regola per la Compagnia, Angela procede in modo pedagogico, secondo il suo segretario Cozzano: Lei otteneva da queste vergini quello che comunicava ad altri, e dava loro la capacità di fare. Poi, di ciò, si consultava con loro, e diceva che non lei, ma loro con lei l’avevano fatto. Restava loro obbligatissima ritenendosi vera debitrice, e dando loro Dio quale rimuneratore potente, come vera amica e viva figlia di Dio. Vediamo in questo testo come la Madre proceda in varie tappe: spiegazione, esercizi, valutazione, decisioni prese insieme e poi riconoscimento del lavoro comune.
La Compagnia di Sant’Orsola fu fondata il 25 novembre 1535 a Brescia e la sua Regola approvata dall’autorità diocesana l’8 agosto 1536. Angela, dalla sua casa vicino della chiesa di Sant’Afra, una della prime martiri di Brescia, continua la sua missione di fondatrice, esortando le figlie a vivere come vere e intatte spose del Figliolo di Dio. Allo stesso tempo, anche quando la malattia le fa sentire vicina la morte, Angela continua ad esortare nelle fede i suoi visitatori: un giovane, figlio del suo parente Angelo, nel quale intravede la vocazione sacerdotale, oltre a Tomaso Gavardo e Giacomo Chizzola che ha lasciato la sua testimonianza: Mi ricordo anche, che quando essa era all’estremo della sua vita per morire l’andai a visitare, che levata in settone, fecemi un bel esordio intorno al vivere cristiano, e al mio partire, fu pregata dal Signor Tomaso Gavardo quale ivi era venuto meco, che gli lasciasse qualche spirituale documento, onde essa altro non disse che questo, “Fate in vita quello che vorresti aver fatto al tempo della morte”. Nello stesso tempo, Angela prepara i suoi “Ricordi” e il “Testamento” per l’istruzione e la formazione delle responsabili della Compagnia. Questi due documenti, come vedremo in seguito, sono tanto ricchi di intuizione pedagogica che hanno inspirato la missione educativa delle Orsoline fino ad oggi.
Dopo la morte di sant’Angela, la stima generale evidenzia i motivi dell’ammirazione dei suoi contemporanei: non solamente la sua vita di preghiera o d’austerità, non solo gli esempi della sua santa vita, ma anche l’efficacia delle sue parole. Così scrive Pandolfo Nassino, cronista di Brescia, all’indomani della morte della Santa: questa Madre Suor Angela a tutti predicava la fede del sommo Dio che tutti se innamorava di leiQuesti sono i fatti principali della vita di sant’Angela Merici. I primi testimoni e i biografi hanno trasmesso il ricordo di una donna dotata di qualità pedagogiche straordinarie. Benché la Madre non abbia frequentato mai la scuola, né inaugurato o insegnato in una scuola, i suoi doni educativi, evidenti nei “Ricordi” e nel “Testamento” hanno avuto un peso tale, che le sue figlie sono rapidamente divenute educatrici. Sotto la direzione di Padre Francesco Cabrini d’Alfaniello, iniziatore della catechesi sistematica nelle parrocchie di Desenzano verso il 1557 e direttore spirituale della Compagnia di Sant’Orsola, le Orsoline si sono impegnate nell’insegnamento della dottrina cristiana. Già nel 1566 erano presenti nei luoghi pii della città per l’insegnamento e la formazione delle orfane e di altre fanciulle abbandonate.
Angela educatrice della fede
Un esame attento dei primi documenti biografici rivela che Angela possedeva i doni particolari di ogni vero educatore:
1° Farsi amare
Ogni educatore sogna di essere stimato ed amato dai suoi allievi. Angela è apprezzata anche dai numerosi artigiani e lavoratori del suo ceto, dagli amici come quelli invitati ad essere testimoni nel 1537 al primo Capitolo Generale della Compagnia. Ma soprattutto è venerata dai primi membri della Compagnia, che la cercano per essere ammaestrate da lei ed aiutate nel cammino spirituale.
2° Incoraggiare e stimolare con parole persuasive
Questa donna discreta, amabile e gioiosa ha il dono di toccare i cuori per condurli a crescere nell’amore di Dio e del prossimo. Angela ritorna un giorno da Brescia a Salò per visitare la sua famiglia. Il giovane Stefano Bertazzoli, studente all’università di Padova, va a parlare con lei vestito all’ultima moda. Angela, con le sue sagge parole, l’aiuta a far emergere un aspetto più profondo della sua personalità. Stefano ritorna a Padova, comincia a studiare il diritto canonico e diviene un sacerdote molto sensibile ai poveri.
Quando Angela si rifugia a Cremona in 1529, nel timore che la città di Brescia venga assediata da Carlo V, è ospitata da Agostino Gallo, che testimonia: Basta che ella mi parlò con tale amorevolezza dietro al viaggio, che subito li restai pregione, di sorte che non solamente io non sapeva vivere senza di lei, ma anche mia moglie, e tutta la mia famiglia… Onde, stando la detta Madre in casa nostra, era ogni giorno visitata dalla mattina sino alla sera, non solo da molti religiosi e persone assai spirituali, ma ancora da gentildonne e gentilhuomini, e d’altre diverse persone di Cremona e di Milano… di che ogn’uno si meravigliava della gran sapienza ch’era in lei, perché si vedeva ch’ella convertiva molti a mutare vita, come io ne ho conosciuto pur assai che sono morti, ed anco alcuni pochi che sono ancora vivi, così in Milano, come in Cremona. Gabriele Cozzano, suo fedele segretario, descrive come Angela si adattava a ciascuno, anche ai più deboli: E chi era il più peccatore, quello era il più accarezzato da lei, perché, se non poteva convertirlo, almeno, con dolcezza d’amore, lo induceva a fare qualcosa di bene o a far meno male.
3° Convincere ad imitare la sua vita
Già in gioventù Angela aveva il dono di attirare altre al suo genere di vita. Non lo faceva in maniera autoritaria, ma con il suo dono istintivo di leader: la sua sorella maggiore era spinta ad imitarla nelle sue preghiere e astinenze. Qualche anno dopo, al ritorno di Angela da Salò a Desenzano, fu accompagnata, secondo il Bellintani, da un’amica desiderosa di condividere il suo stile di vita: seguendo l’incominciata vita, tuttavia crescendo mirabilmente in essa, trasse una altra giovine a la medesima professione, essendo veramente data per comune beneficio, ma tosto fu da questa sua compagna abbandonata, la quale al cielo se ne volò con la santa corona della verginità. Arrivata a Brescia, Angela si trova in breve tempo circondata da molte donne per le quali è una vera guida spirituale. Attira con la sua fede salda e la sua piacevolezza e suscita il desiderio di vivere come lei, totalmente dedicata all’amore di Cristo e del prossimo: Erano di mano in mano per suo mezzo ritirate molte persone del viver mondano ad una vita spirituale, e specialmente molte donne e matrone e vergini, de quali alla fine fece la congregazione di Sant’Orsola. Il numero di 150 membri della Compagnia, soltanto cinque anni dopo la fondazione, rivela la forza attraente della Madre. Infine, quando Angela va ad abitare a Sant’Afra, è accompagnata da Barbara Fontana, decisa di vivere come lei, nella preghiera, nella penitenza e nell’apertura agli altri.
Tutte queste qualità umane, spirituali e pedagogiche furono di grande aiuto nella fondazione della Compagnia. Angela ha saputo scegliere con saggezza i membri, ma anche le responsabili e le persone laiche, donne e uomini, coinvolti nel governo.
Collaboratore di Santa Teresa d’Avila nella fondazione dei Carmelitani Scalzi, Dottore della Chiesa, Giovanni della Croce risulta sempre più un affascinante maestro: le sue parole e il suo messaggio sanno di mistero, del mistero di Dio.
Nasce a Fontiveros in Castiglia (Spagna) nel 1542, da una famiglia poverissima. Orfano molto presto del padre; una madre laboriosa e intraprendente per far fronte alla fame. Il piccolo Juan viene subito colpito dalla durezza della vita. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si dà da fare come infermiere per mantenersi agli studi cui si sente portato.
Emerge ben presto la sua voglia di Dio e di Assoluto. A 20 anni decide di entrare nel noviziato dei Carmelitani. Arriva al Sacerdozio a 24 anni, ma si scopre dentro una gran voglia di una vita rigorosamente consacrata nel silenzio e nella contemplazione, una voglia che neppure i brillanti studi teologici nella prestigiosa università di Salamanca riescono a sopire.
Ci pensa Santa Teresa ad offrirgli una soluzione, invitandolo a partecipare alla Riforma dell’Ordine Carmelitano. Maestro dei novizi, attira tanti giovani che desiderano condurre una vita come lui. Nello spazio di pochi anni, pieni di fatiche apostoliche sulle strade assolate o ghiacciate di Spagna, accanto a profonde sofferenze, incredibili ed esaltanti esperienze mistiche.
La sua perfezione ascetica, la sua vita d’orazione, la sua elevatezza. di spirito e d’ingegno, l’esperienza mistica personale e la conoscenza dell’ampia esperienza mistica del Carmelo Riformato, la vasta dottrina, la profonda interiorità, e soprattutto la viva fiamma d’amore che lo vivificava e lo consumava fecero di lui non solo un grande santo, ma anche un grande maestro.
Scrive poemi e trattati che sprigionano la sua sapienza mistica, quella che non viene dai libri e dagli studi, ma che si “sa per amore”. Muore a Ubeda il 14 dicembre 1591, a soli 49 anni, facendo sue, in un trasporto d’amore, le parole del Cantico dei cantici: “Rompi la tela ormai al dolce incontro!”.
Il suo linguaggio: poetico e pieno di immagini e simboli, il linguaggio della passione e dell’amore. Con spirito nuovo, da umanista rinascimentale, offre un valido aiuto per il cammino cristiano dell’uomo moderno. Il cammino che propone è necessario e il risultato possibile anche se può sembrare una cosa ardua
Giovanni della Croce invita alla rinuncia, che non è negazione di sé o abdicazione da sé, ma promozione del meglio di sé. L’opera di Giovanni della Croce, se non invita ad un approccio immediato, ridesta tuttavia sempre almeno curiosità e fascino. Sono molte le persone comunque che l’hanno preso sul serio, come Teresa di Gesù Bambino, Elisabetta della Trinità, Edith Stein …, e tanti altri, ci assicurano che l’itinerario proposto da Giovanni della Croce è accessibile. La sua spiritualità non sradica e non impone un programma fisso di vita. Pur rimanendo nei nostri quotidiani impegni, ci chiede di vivere nell’attenzione amorosa, un orientamento a Dio totale e rigorosamente esclusivo.
Il suo magistero orale e scritto, illumina tutto il percorso cui l’anima è chiamata per il raggiungimento del “Monte”, dei vertici della spiritualità ove si compie il mistero amoroso dell’unione con Dio.
La Chiesa ha riconosciuto il valore universale della dottrina ascetica e mistica di S. Giovanni della Croce proclamandolo Dottore Mistico della Chiesa Universale.
Quel che è certo è che tutti i pensieri, tutti i detti di S. Giovanni della Croce sono proprio articoli che regolano il modo di camminare sulle orme di Cristo. Un codice della strada, sì, della vera strada: l’imitazione di Cristo, di Colui che è Egli stesso via. Ed è altrettanto certo che il passaggio obbligato è quello della Croce.
Uno dei più illustri ornamenti della Chiesa nel secolo ‘v fu certamente S. Martino, vescovo di Tours e fondatore del monachismo in Francia.
Nato nel 316 in Sibaria, città della Pannonia, l’odierna Ungheria, da genitori nobili ma pagani, ancor bambino si trasferì a Pavia, ove conobbe la religione cristiana. A 10 anni all’insaputa dei genitori si fece catecumeno, e prese a frequentare le assemblee cristiane. Appena dodicenne deliberò di ritirarsi nel deserto; essendo però figlio d’un tribuno, dovette presto seguire il padre nella cavalleria e per tre anni militare sotto gli imperatori Costanzo e Giuliano.
Umile e caritatevole, aveva per attendente uno schiavo, al quale però egli puliva i calzari e che trattava come fratello. Un giorno nel rigore dell’inverno era in marcia per Amiens, incontrò un povero seminudo: sprovvisto di denaro, tagliò colla spada metà del suo mantello e lo copri. La notte seguente, Gesù, in sembianza di povero, gli apparve e mostrandogli il mantello disse: « Martino ancor catecumeno m’ha coperto con questo mantello ». Allora bramoso di militare solo più sotto la bandiera di Cristo, chiese e ottenne dall’imperatore stesso l’esenzione dalle armi.
Si portò a Poitiers presso il vescovo S. Ilario da cui fu istruito, battezzato e in seguito ordinato sacerdote. Visitò ancora una volta i genitori per convertirli; poi, fatto ritorno presso il maestro, in breve divenne la gloria delle Gallie e della Chiesa.
Desideroso di vita austera e raccolta, si ritirò dapprima in una solitudine montana, poi eresse la celebre e tuttora esistente abbazia di Marmontier (la più antica della Francia) ove fu per parecchi anni padre di oltre 80 monaci. Però i suoi numerosissimi miracoli, le sue eccelse virtù e profezie lo resero così famoso, che, appena vacante la sede di Tours, per unanime consenso del popolo fu eletto vescovo di quella città. La vita di San Martino fu compendiata in questo epigramma: “Soldato per forza, vescovo per dovere, monaco per scelta”.
Il nuovo Pastore non cambiò appunto tenore di vita, ma raccoltosi a meditare i gravi doveri che assumeva, si diede con sollecitudine ad eseguirli. Sedò contese, stabilì la pace tra i popoli, fu il padre dei poveri e più che tutto zelantissimo nel dissipare ogni resto di idolatria dalla sua diocesi e dalle Gallie.
Formidabile lottatore, instancabile missionario, grandissimo vescovo. sempre vicino ai bisognosi, ai poveri. ai perseguitati. Disprezzato dai nobili, irriso dai fatui, malvisto anche da una parte del clero, che trovava scomodo un vescovo troppo esigente, resse la diocesi di Tours per 27 anni. in mezzo a contrasti e persecuzioni.
Tormentato con querele e false accuse da un suo prete di nome Brizio. diceva: “Se Cristo ha sopportato Giuda, perché non dovrei sopportare Brzio?” Stremato di forze, malato, pregava: “Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non mi rifiuto di soffrire. Altrimenti, venga la morte”.
Nell’anno 397 udì che a Candate (Candes-Saint-Martin) era sorto un grave scisma: benchè ottantenne, si portò colà, convocò clero e popolo e ricompose gli animi nella pace. Ma stando per tornare alla sua sede, fu assalito da febbri mortali. Volle essere adagiato sulla nuda terra e cosparso di cenere, per morire, come sempre aveva vissuto, da penitente.
Il volto del santo rimase nella morte splendente come se fosse avvolto da una luce di gloria e da molti fu udito un coro di angeli cantare intorno alla sua salma. Alle sue esequie si riunirono gli abitanti di Poitou e di Tours e così cominciarono ad altercare. Dicevano gli uni: ” È un monaco della nostra città e noi ne vogliamo il corpo”. E gli altri di rimando: “Dio ve l’ha tolto per darlo a noi”. La notte seguente, mentre gli abitanti di Poitou dormivano, gli abitanti di Tours si impadronirono del corpo di Martino, lo gettarono da una finestra su di un battello e lo portarono seguendo il corso della Loira fino a Tours con gran gioia e venerazione.
Fu così sepolto a Tours, ove gli fu dedicata la cattedrale e dove egli compi innumerevoli miracoli. Gli Ugonotti violarono quelle sacre spoglie, e dopo averle bruciate, ne dispersero le ceneri.
Per parlare di S. Margherita Maria ritengo importante prendere come punto di riferimento la sua Autobiografia perché si tratta di un testo autorevole, in quanto scritto dalla stessa Santa in obbedienza a P. Claudio la Colombière che le impose di scrivere tutto quello che avveniva nella sua anima, nonostante la sua estrema ripugnanza nell’ eseguire quest’ordine. Margherita nasce il 22 luglio 1647 a Lauthecourt, quintogenita di Claudio Alacoque e di Filiberta Lamyne. Dopo due giorni viene battezzata.
All’età di quattro anni viene affidata alle cure della madrina di battesimo e va a vivere presso di lei nel castello di Corcheval. A cinque anni Margherita, pur non comprendendo a pieno il significato di quella promessa, emette il voto di castità e inizia a vivere una intensa vita di preghiera. L’11 dicembre 1655 le muore il babbo all’età di quarant’anni. Torna in famiglia; viene però affidata ad un collegio di Clarisse, dove riceve la prima comunione. Rimane presso le Clarisse solo due anni perché si ammala gravemente a tal punto da non poter nemmeno camminare. Guarisce per un voto fatto alla Vergine. In un periodo difficile per tutta la sua famiglia, Margherita impara ad accettare le ristrettezze e la sofferenza che sopporta con fortezza tenendo fissa negli occhi l’immagine di Gesù Crocifisso e rimanendo assorta davanti al Santissimo sacramento. Nel 1669, a 22 anni riceve la Cresima e aggiunge “Maria” al nome di Margherita e il 20 giugno del 1671, a 24 anni, entra nel monastero della Visitazione di Paray-le-Monial. Ammessa alla professione, il 6 novembre 1672, Margherita Maria divenne suora.
Il 27 dicembre 1673 segnò per Suor Margherita Maria l’inizio di un nuovo periodo della sua vita religiosa nel monastero della Visitazione, segnato da doni mistici particolari: tre rivelazioni nelle quali Gesù le manifestò il suo cuore. Queste rivelazioni procurarono molta sofferenza e incomprensione da parte della stessa superiora per il timore che tutto fosse frutto dell’immaginazione di quella giovane monaca che spesso veniva condotta per vie straordinarie. In questo periodo l’unico suo conforto e sostegno fu quello di incontrare il P. Claudio la Colombière che, dopo averla ascoltata, comprese che si trattava di un’anima eletta. Il padre la incoraggiò e la rassicurò sulla provenienza delle sue visioni interiori e la invitò a ricevere con umiltà quanto il Signore le inviava e ad essere sempre in atteggiamento di ubbidienza e di ringraziamento. Queste tre rivelazioni, di cui adesso parleremo, sono certamente una iniziativa gratuita del Signore, ma è bello vedere come il Signore l’ha condotta fin da piccola rendendola pronta e capace di portare esperienze così straordinarie. Da ciò che abbiamo scritto fin qui possiamo rilevare, a grandi linee, ciò che caratterizzava la sua vita: Amore per la sofferenza, in quello stesso periodo soffriva molto per il trattamento ingiusto di questo cognato: “Trascorrevo le notti nella stessa afflizione del giorno, versando lacrime copiose ai piedi del crocifisso, il quale mi rivelò (senza che io ne capissi molto) che voleva divenire il Padrone assoluto del mio cuore e voleva rendermi in tutto conforme alla sua vita sofferente”(A. 8). E nelle prime righe del n. 9 dice: “Da quel momento il mio animo fu così penetrato da tale pensiero, da desiderare che le mie pene non avessero mai fine”. Crescendo e maturando dentro queste disposizioni, Margherita Maria è pronta ad un incontro veramente sponsale con Gesù.
L’autobiografia parla di tre rivelazioni:
* la prima risale al dicembre 1673 (A. nn. 53-54);
* la seconda datata nel 1674 (A. nn. 55-57);
* la terza, che passa sotto il nome di grande rivelazione, ed è certamente la più importante delle tre, è avvenuta nel 1675 in un giorno dell’ottava del Corpus Domini (A. nn.92-93).
Nella prima rivelazione (27 dicembre 1673), mentre la Santa è in raccoglimento davanti al SS. Sacramento, Gesù rivela la sovrabbondanza del suo amore per gli uomini.
Poi Gesù chiede il cuore a S. Margherita per metterlo nel suo Divin cuore e infiammarlo d’amore e restituendolo alla santa dice: “E in segno che la grande grazia che ti ho concessa, non è frutto di fantasia, ma il fondamento di tutte le altre grazie che ti farò, il dolore della ferita del tuo costato, benché io l’abbia già rinchiusa, durerà per tutta la tua vita e se finora hai preso soltanto il nome di mia schiava, ora voglio regalarti quello di discepola prediletta del mio Sacro Cuore”(A. 54).
Nella seconda rivelazione, 2 luglio 1674, allora festa della Visitazione, sempre mentre la Santa è di fronte all’eucaristia, il Sacro Cuore “svelò le meraviglie inesplicabili del suo puro amore e fino a quale eccesso questo lo avesse spinto ad amare gli uomini, dai quali poi non riceveva in cambio che ingratitudini e indifferenza. Questo mi fa soffrire più di tutto ciò che ho patito nella mia passione, mentre se, in cambio, mi rendessero almeno un po’ di amore, stimerei poco ciò che ho fatto per loro e vorrei, se fosse possibile, fare ancora di più. Invece non ho dagli uomini che freddezze e ripulse alle infinite premure che mi prendo per fare loro del bene”(A. 55).
Dopo questa seconda rivelazione il Sacro Cuore chiede a S. Margherita Maria:
“Prima di tutto mi riceverai nella comunione tutte le volte che l’obbedienza te lo permetterà, anche se te ne verranno mortificazione e umiliazioni, che tu accetterai come pegno del mio Amore. Inoltre ti comunicherai il primo venerdì di ogni mese, e, infine, tutte le notti che vanno dal giovedì al venerdì, ti farò partecipe di quella mortale tristezza che ho provato nell’orto degli ulivi. Sarà una amarezza che ti porterà, senza che tu possa comprenderlo, a una specie di agonia più dura della stessa morte. Per tenermi compagnia in quell’umile preghiera che allora, in mezzo alle mie angosce presentai al Padre, ti alzerai fra le undici e mezzanotte per prostrarti con la faccia a terra, insieme a me, per un’ora” (A. 57).
Nella terza rivelazione, che passa sotto il nome di grande rivelazione, ricevuta in un giorno dell’ottava del Corpus Domini, “Gesù, scoprendo il suo Divin Cuore mi disse: “Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad esaurirsi e consumarsi per testimoniare loro il suo amore. In segno di riconoscenza, però, non ricevo dalla maggior parte di essi che ingratitudini per le loro tante irriverenze, i loro sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che essi mi usano in questo Sacramento d’Amore. Ma ciò che più mi amareggia è che ci siano anche dei cuori a me consacrati che mi trattano così”. Per questo ti chiedo che “il primo venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini, sia dedicato ad una festa particolare per onorare il mio Cuore, ricevendo in quel giorno la santa comunione e facendo un’ammenda d’onore per riparare tutti gli oltraggi ricevuti durante il periodo in cui è stato esposto sugli altari.
Io ti prometto che il mio Cuore si dilaterà per effondere con abbondanza le ricchezze del suo divino Amore su coloro che gli renderanno questo onore e procureranno che gli sia reso da altri” (A. 92).
I primi nove venerdì del mese
Per riscoprire lo spirito originario di questa pratica, dobbiamo tornare alle rivelazioni fatte dal Sacro Cuore a S. Margherita Maria e che lei stessa racconta in una lettera scritta alla Madre de Saumaise: “Un venerdì, durante la santa comunione, Egli, se non mi sbaglio, mi rivolse queste parole: Nell’eccessiva misericordia del mio Cuore, ti prometto che il suo onnipotente amore, accorderà la grazia della penitenza finale a tutti coloro che faranno la comunione per nove primi venerdì del mese consecutivi. Non morranno perciò in mia disgrazia, né senza ricevere i loro sacramenti. Il mio Cuore si renderà asilo sicuro in quel supremo momento”.
E’ evidente che la salvezza finale è opera e dono esclusivo della grande misericordia del Padre, manifestataci dal Cuore di Gesù. Con questa misericordia siamo chiamati ogni giorno e non solo una volta al mese a collaborare impegnandoci in un cammino di conversione. Dunque la chiave di lettura per comprendere la cosiddetta “grande promessa” sta proprio in quel “eccesso della misericordia del mio Cuore”. Si tratta cioè di un dono che Gesù ci fa e se ogni regalo è espressione di amore, ancor di più lo sarà “un eccesso di amore”.
Per accogliere la promessa di Gesù ci vuole allora una mentalità d’amore e per questo la santa comunione dei primi nove venerdì del mese, non va dunque intesa come una polizza di assicurazione per il Paradiso, ma come espressione sacramentale di amore per il Cristo Crocifisso e di riparazione per i peccati del mondo. E’ dunque un impegno di conversione.
Negli ultimi numeri dell’autobiografia (106-111) S. Margherita Maria descrive gli ultimi doni del Cuore di Gesù, quelli di farla partecipe più intimamente della sua passione. La sofferenza era sempre vissuta nella gioia e nella chiara consapevolezza della presenza del Signore.
Margherita Maria muore il 17 ottobre 1690 all’età di 43 anni.
Il 18 settembre 1864 il Papa Pio IX la proclama beata e il 13 maggio 1920 il Papa Benedetto XV la dichiara santa.
” Sono albanese di sangue, indiana di cittadinanza. Per quel che attiene alla mia fede, sono una suora cattolica. Secondo la mia vocazione, appartengo al mondo. Ma per quanto riguarda il mio cuore, appartengo interamente al Cuore di Gesù”.
Di conformazione minuta, ma di fede salda quanto la roccia, a Madre Teresa di Calcutta fu affidata la missione di proclamare l’amore assetato di Gesù per l’umanità, specialmente per i più poveri tra i poveri. “Dio ama ancora il mondo e manda me e te affinché siamo il suo amore e la sua compassione verso i poveri”. Era un’anima piena della luce di Cristo, infiammata di amore per Lui e con un solo, ardente desiderio: “saziare la Sua sete di amore e per le anime”.
Questa luminosa messaggera dell’amore di Dio nacque il 26 agosto 1910 a Skopje, città situata al punto d’incrocio della storia dei Balcani. La più piccola dei cinque figli di Nikola e Drane Bojaxhiu, fu battezzata Gonxha Agnes, ricevette la Prima Comunione all’età di cinque anni e mezzo e fu cresimata nel novembre 1916. Dal giorno della Prima Comunione l’amore per le anime entrò nel suo cuore. L’improvvisa morte del padre, avvenuta quando Agnes aveva circa otto anni, lasciò la famiglia in difficoltà finanziarie. Drane allevò i figli con fermezza e amore, influenzando notevolmente il carattere e la vocazione della figlia. La formazione religiosa di Gonxha fu rafforzata ulteriormente dalla vivace parrocchia gesuita del Sacro Cuore, in cui era attivamente impegnata.
All’età di diciotto anni, mossa dal desiderio di diventare missionaria, Gonxha lasciò la sua casa nel settembre 1928, per entrare nell’Istituto della Beata Vergine Maria, conosciuto come “le Suore di Loreto”, in Irlanda. Lì ricevette il nome di suor Mary Teresa, come Santa Teresa di Lisieux. In dicembre partì per l’India, arrivando a Calcutta il 6 gennaio 1929. Dopo la Professione dei voti temporanei nel maggio 1931, Suor Teresa venne mandata presso la comunità di Loreto a Entally e insegnò nella scuola per ragazze St. Mary. Il 24 maggio 1937 suor Teresa fece la Professione dei voti perpetui, divenendo, come lei stessa disse: “la sposa di Gesù” per “tutta l’eternità”. Da quel giorno fu sempre chiamata Madre Teresa. Continuò a insegnare a St. Mary e nel 1944 divenne la direttrice della scuola. Persona di profonda preghiera e amore intenso per le consorelle e per le sue allieve, Madre Teresa trascorse i venti anni della sua vita a “Loreto” con grande felicità. Conosciuta per la sua carità, per la generosità e il coraggio, per la propensione al duro lavoro e per l’attitudine naturale all’organizzazione, visse la sua consacrazione a Gesù, tra le consorelle, con fedeltà e gioia.
Il 10 settembre 1946, durante il viaggio in treno da Calcutta a Darjeeling per il ritiro annuale, Madre Teresa ricevette l’“ispirazione”, la sua “chiamata nella chiamata”. Quel giorno, in che modo non lo raccontò mai, la sete di Gesù per amore e per le anime si impossessò del suo cuore, e il desiderio ardente di saziare la Sua sete divenne il cardine della sua esistenza. Nel corso delle settimane e dei mesi successivi, per mezzo di locuzioni e visioni interiori, Gesù le rivelò il desiderio del suo Cuore per “vittime d’amore” che avrebbero “irradiato il suo amore sulle anime.”
”Vieni, sii la mia luce”, la pregò. “Non posso andare da solo” Le rivelò la sua sofferenza nel vedere l’incuria verso i poveri, il suo dolore per non essere conosciuto da loro e il suo ardente desiderio per il loro amore. Gesù chiese a Madre Teresa di fondare una comunità religiosa, le Missionarie della Carità, dedite al servizio dei più poveri tra i poveri. Circa due anni di discernimento e verifiche trascorsero prima che Madre Teresa ottenesse il permesso di cominciare la sua nuova missione. Il 17 agosto 1948, indossò per la prima volta il sari bianco bordato d’azzurro e oltrepassò il cancello del suo amato convento di “Loreto” per entrare nel mondo dei poveri.
Dopo un breve corso con le Suore Mediche Missionarie a Patna, Madre Teresa rientrò a Calcutta e trovò un alloggio temporaneo presso le Piccole Sorelle dei Poveri. Il 21 dicembre andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di alcuni bambini, si prese cura di un uomo anziano che giaceva ammalato sulla strada e di una donna che stava morendo di fame e di tubercolosi. Iniziava ogni giornata con Gesù nell’Eucaristia e usciva con la corona del Rosario tra le mani, per cercare e servire Lui in coloro che sono “non voluti, non amati, non curati”. Alcuni mesi più tardi si unirono a lei, l’una dopo l’altra, alcune sue ex allieve.
Il 7 ottobre 1950 la nuova Congregazione delle Missionarie della Carità veniva riconosciuta ufficialmente nell’Arcidiocesi di Calcutta. Agli inizi del 1960 Madre Teresa iniziò a inviare le sue sorelle in altre parti dell’India. Il Diritto Pontificio concesso alla Congregazione dal Papa Paolo VI nel febbraio 1965 la incoraggiò ad aprire una casa di missione in Venezuela. Ad essa seguirono subito altre fondazioni a Roma e in Tanzania e, successivamente, in tutti i continenti. A cominciare dal 1980 fino al 1990, Madre Teresa aprì case di missione in quasi tutti i paesi comunisti, inclusa l’ex Unione Sovietica, l’Albania e Cuba.
Per rispondere meglio alle necessità dei poveri, sia fisiche, sia spirituali, Madre Teresa fondò nel 1963 i Fratelli Missionari della Carità; nel 1976 il ramo contemplativo delle sorelle, nel 1979 i Fratelli contemplativi, e nel 1984 i Padri Missionari della Carità. Tuttavia la sua ispirazione non si limitò soltanto alle vocazioni religiose. Formò i Collaboratori di Madre Teresa e i Collaboratori Ammalati e Sofferenti, persone di diverse confessioni di fede e nazionalità con cui condivise il suo spirito di preghiera, semplicità, sacrificio e il suo apostolato di umili opere d’amore. Questo spirito successivamente portò alla fondazione dei Missionari della Carità Laici. In risposta alla richiesta di molti sacerdoti, nel 1991 Madre Teresa dette vita anche al Movimento Corpus Christi per Sacerdoti come una “piccola via per la santità” per coloro che desideravano condividere il suo carisma e spirito.
In questi anni di rapida espansione della sua missione, il mondo cominciò a rivolgere l’attenzione verso Madre Teresa e l’opera che aveva avviato. Numerose onorificenze, a cominciare dal Premio indiano Padmashri nel 1962 e dal rilevante Premio Nobel per la Pace nel 1979, dettero onore alla sua opera, mentre i media cominciarono a seguire le sue attività con interesse sempre più crescente. Tutto ricevette, sia i riconoscimenti sia le attenzioni, “per la gloria di Dio e in nome dei poveri”.
L’intera vita e l’opera di Madre Teresa offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio. Ma vi fu un altro aspetto eroico di questa grande donna di cui si venne a conoscenza solo dopo la sua morte. Nascosta agli occhi di tutti, nascosta persino a coloro che le stettero più vicino, la sua vita interiore fu contrassegnata dall’esperienza di una profonda, dolorosa e permanente sensazione di essere separata da Dio, addirittura rifiutata da Lui, assieme a un crescente desiderio di Lui. Chiamò la sua prova interiore: “l’oscurità”. La “dolorosa notte” della sua anima, che ebbe inizio intorno al periodo in cui aveva cominciato il suo apostolato con i poveri e perdurò tutta la vita, condusse Madre Teresa a un’unione ancora più profonda con Dio. Attraverso l’oscurità partecipò misticamente alla sete di Gesù, al suo desiderio, doloroso e ardente, di amore, e condivise la desolazione interiore dei poveri.
Durante gli ultimi anni della sua vita, nonostante i crescenti seri problemi di salute, Madre Teresa continuò a guidare la sua Congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Nel 1997 le suore di Madre Teresa erano circa 4.000, presenti nelle 610 case di missione sparse in 123 paesi del mondo. Nel marzo 1997 benedisse la neo-eletta nuova Superiora Generale delle Missionarie della Carità e fece ancora un viaggio all’estero. Dopo avere incontrato il Papa Giovanni Paolo II per l’ultima volta, rientrò a Calcutta e trascorse le ultime settimane di vita ricevendo visitatori e istruendo le consorelle. Il 5 settembre 1997 la vita terrena di Madre Teresa giunse al termine. Le fu dato l’onore dei funerali di Stato da parte del Governo indiano e il suo corpo fu seppellito nella Casa Madre delle Missionarie della Carità. La sua tomba divenne ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera per gente di ogni credo, poveri e ricchi, senza distinzione alcuna. Madre Teresa ci lascia un testamento di fede incrollabile, speranza invincibile e straordinaria carità. La sua risposta alla richiesta di Gesù: “Vieni, sii la mia luce”, la rese Missionaria della Carità, “Madre per i poveri”, simbolo di compassione per il mondo e testimone vivente dell’amore assetato di Dio.
Meno di due anni dopo la sua morte, a causa della diffusa fama di santità e delle grazie ottenute per sua intercessione, il Papa Giovanni Paolo II permise l’apertura della Causa di Canonizzazione. Il 20 dicembre 2002 approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui miracoli.
Il 19 otttobre 2003 Giovanni Paolo II la proclama “beata”.
La canonizzazione è avvenuta il 4 settembre 2016 sotto il pontificato di Papa Francesco.