La vita dei Santi
Santa Umiltà Badessa Vallombrosana - 22 maggio

22 Maggio
Santa Umiltà Badessa Vallombrosana
Martirologio Romano
NATA: Faenza nel 1226
MORTA: Firenze, 1310
A Firenze, Santa Umiltà (Rosanna) che, con il consenso del marito, visse dodici anni come reclusa; su richiesta del vescovo, poi, costruì un monastero di cui divenne badessa e che associò all’Ordine di Vallombrosa.
Il Ministero
E’ stata una religiosa italiana, fondatrice di uno dei rami femminili della Congregazione vallombrosana dell'Ordine di San Benedetto.
Di nobili natali, sposò a quindici anni Ugolotto de' Caccianemici, al quale diede due figli morti entrambi infanti: nel 1250 i coniugi decisero di abbracciare la vita religiosa. Adottò il nome di Umiltà e fu monaca nel cenobio di Santa Perpetua di Faenza.
Nel 1254, alla ricerca di una unione più radicale con Dio, lasciò il chiostro e dopo alcune sistemazioni provvisorie si ritirò a vita eremitica in una celletta eretta da lei stessa presso l'abbazia vallombrosana di Sant'Apollinare. Attratte dal suo esempio, numerose donne si unirono a lei ponendosi sotto la sua direzione spirituale.
Fondò a Firenze il monastero di San Giovanni Evangelista, distrutto per far spazio alla Fortezza da Basso, dove si spense nel 1310.
Scrisse i Sermones, un insegnamento ispirato, preceduto da tutta una serie di visioni, che fanno di lei, almeno in Italia, la prima dottoressa cristiana, precorritrice di Caterina da Siena.
San Filippo Neri – 26 maggio

26 Maggio
S. Filippo Neri
Martirologio Romano
NATO: Firenze, 21 luglio 1515
MORTO: Roma, 26 maggio 1595
Memoria di san Filippo Neri, sacerdote, si adoperò per allontanare i giovani dal male, fondò a Roma un oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità; rifulse per il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio.
Il Ministero
Nacque a Firenze da ricca famiglia; per poter farsi sacerdote rinunziò all’eredità dello zio e partì per Roma, ove fu accolto da un suo concittadino. Visse in questa famiglia, vita illibata e mortificata, cautissimo nello stringere amicizie. Il demonio gli suscitava violenti moti della carne, che egli vinceva con l’orazione e coi digiuni, finché il Signore in premio di tanta lotta, gli concesse la grazia di esserne per sempre immune. Amava molto i poveri ed era di continuo a contatto con il popolo; visitava gli ammalati nelle loro case e negli ospedali, e li serviva di giorno e di notte. Prediligeva i giovani e la sua stanza era divenuta il loro ritrovo gradito. La sua parola comunicava l’allegria santa che traboccava dal suo cuore: i suoi detti ai giovani sono passati alla posterità come proverbi di grande sapienza. Nella celebrazione della santa Messa era spesso rapito in dolci estasi, sollevato in aria e circonfuso da ogni parte di luce celestiale. Al confessionale passava le intere giornate ed era tanta la sua abilità che non andava a lui peccatore, per ostinato che fosse, senza rimettersi sulla retta via; taluni, appunto, lo evitavano per non convertirsi!
A S. Maria della Vallicella fondò la Congregazione dell’Oratorio che di tanto aiuto fu ed è alla Chiesa nell’educazione della gioventù.
Beata Elena Guerra di Lucca – 23 maggio

23 Maggio
Beata Elena Guerra – Lucca
Martirologio Romano
NATA: Lucca 23 giugno 1835
MORTA: Lucca 11 aprile 1914
Nella città di Lucca, beata Elena Guerra, vergine, istituì la Congregazione delle Oblate dello Spirito Santo. È stata definita «l’apostola e la missionaria dello Spirito Santo» perché si adoperò moltissimo per diffonderne la devozione tra il clero e i fedeli.
Il Ministero
Dopo aver vissuto varie esperienze tipiche del laicato cattolico, come l’assistenza ai malati o la catechesi ai fanciulli, decise di dedicarsi ad una vita religiosa più intensa.
Nel 1882 fondò a Lucca una comunità laica femminile di vita attiva, dedita all’educazione delle ragazze; fu tra le sue allieve anche Gemma Galgani. Più tardi, l’istituto verrà riconosciuto dalla Chiesa cattolica come congregazione religiosa. Formò con la beata Maria Domenica Brun Barbantini e santa Gemma Galgani, il “trio” di santità al femminile che diede lustro alla diocesi lucchese nell’Otto-Novecento.
Convinta della funzione della stampa come servizio fondamentale per la Chiesa, pubblicò numerosi scritti su problemi riguardanti la donna (spose, fidanzate, lavoratrici domestiche) e sulla scuola, per indirizzare insegnanti e alunni verso una cultura cristiana. Per la Beata Elena, la Chiesa è un Cenacolo spirituale permanente: ove Gesù si offre a Dio vittima di espiazione per la salvezza degli uomini, ove Gesù istituisce il sacramento dell’amore: l’Eucaristia, ove appare ai suoi dopo la Risurrezione, ove manda grazie al Padre lo Spirito Santo.
È in questa prospettiva, che Elena inizia il Cenacolo Universale come movimento di preghiera allo Spirito Santo.
Ascensione del Signore

Ascensione del Signore
Con la solennità dell’Ascensione di Gesù al Cielo, si conclude la vita terrena di Gesù che con il suo corpo, alla presenza degli apostoli, si unisce fisicamente al Padre, per non comparire più sulla Terra fino alla sua Seconda venuta (Parusìa) per il Giudizio finale. Questa festività è molto antica e viene attestata già a partire dal IV secolo.
Per la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti, l’Ascensione si colloca di norma 40 giorni dopo la Pasqua, cioè il giovedì della sesta settimana del Tempo pasquale, ovvero quello successivo alla VI domenica di Pasqua.
Nel Credo degli Apostoli viene menzionata con queste parole: «Gesù è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà, nella gloria, per giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine».
QUAL È IL SIGNIFICATO DELL’ASCENSIONE?
L’Ascensione raccontata da Luca, Marco e dagli Atti degli Apostoli, non si riferisce al primo ingresso del Salvatore nella gloria, quanto piuttosto all’ultima apparizione e partenza che chiude le sue manifestazioni visibili sulla terra. Pertanto, l’intento dei racconti dell’Ascensione non è quello di descrivere il reale ritorno al Padre, ma di far conoscere alcuni tratti dell’ultima manifestazione di Gesù, una manifestazione di congedo, necessaria perché Egli deve ritornare al Padre per completare tutta la Redenzione: “Se non vado non verrà a voi il Consolatore, se invece vado ve lo manderò” (Gv. 16, 5-7).
Il catechismo della Chiesa Cattolica dà all’Ascensione questa definizione: “Dopo quaranta giorni da quando si era mostrato agli Apostoli sotto i tratti di un’umanità ordinaria, che velavano la sua gloria di Risorto, Cristo sale al cielo e siede alla destra del Padre. Egli è il Signore, che regna ormai con la sua umanità nella gloria eterna di Figlio di Dio e intercede incessantemente in nostro favore presso il Padre. Ci manda il suo Spirito e ci dà la speranza di raggiungerlo un giorno, avendoci preparato un posto”.
Beata Vergine Maria di Fatima – 13 Maggio

13 Maggio
Beata Vergine Maria di Fatima
Martirologio Romano
Beata Maria Vergine di Fatima in Portogallo.
Contemplata come Madre clementissima secondo la grazia, sempre sollecita per le difficoltà degli uomini.
Richiama folle di fedeli alla preghiera per i peccatori e all’intima conversione dei cuori.
Il ministero
Era il 13 maggio 1917 quando Lucia e i fratellini Francisco e Jacinta Marto, videro una Signora splendente che avrebbe cambiato la loro vita.
Il messaggio principale delle apparizioni è legato a tre segreti, o meglio a una rivelazione in tre parti che la Madonna fece ai pastorelli. L’autorità della Chiesa, a più riprese, ha ravvisato in Fatima un faro che ancora oggi continua a gettare la sua luce, per richiamare il mondo disorientato verso l’unico porto di salvezza. Gli avvertimenti della Vergine Maria costituiscono un invito alla speranza, che nasce dalla certezza che Dio vuole il nostro bene ad ogni costo.
Gli atti di consacrazione al Cuore Immacolato di Maria
- Il 13 maggio 1931 l’episcopato portoghese, secondo il messaggio di Fatima, compì la prima consacrazione del Portogallo al Cuore Immacolato di Maria.
- Il 31 ottobre e l’8 dicembre 1942 papa Pio XII consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria e il 7 luglio 1952 consacrò a Maria in maniera speciale i popoli della Russia, come aveva chiesto la Celeste Signora.
- Papa Paolo VI, il 21 novembre 1964, rinnovò la consacrazione dell’umanità al cuore immacolato della Beata Vergine.
- Giovanni Paolo II, il 24 marzo 1984, in comunione spirituale con tutti i vescovi del mondo, consacrò solennemente l’intera umanità alla Madonna.
- Papa Francesco il 23 marzo del 2022, in comunione spirituale con tutti i vescovi del mondo, la supplica alla Madonna per la pace in Ucraina e l’atto di consacrazione dell’umanità, in particolare di Russia e Ucraina al Cuore Immacolato di Maria.
Santa Caterina da Siena
Caterina da Siena (Siena, 25 marzo 1347 – Roma, 29 aprile 1380), è stata una religiosa, teologa, filosofa e mistica italiana la cui riccorenza è il giorno 29 Aprile.

BIOGRAFIA:
Caterina nacque a Siena, nel rione di Fontebranda, nella contrada dell’Oca, nel 1347, figlia del tintore di panni Jacopo Benincasa e di sua moglie Lapa Piacenti, ventiquattresima di venticinque figli.Quando Caterina raggiunse l’età di dodici anni i genitori iniziarono varie trattative per concludere un matrimonio vantaggioso per la figlia. All’inizio Caterina sembrò accettare, ma poi, pentitasi, dichiarò espressamente che si era votata al Signore e che non intendeva ritirare la parola data. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua “cella” di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno “Caterinati”. Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi.
SAN GIOVANNI DI DIO
Il Portogallo fu la terra fortunata che diede i natali a San Giovanni di Dio, questo glorioso campione della carità cristiana.
Nato nel 1495 da poveri ma piissimi genitori, trascorse una giovinezza innocente, piena di semplicità. Aveva però grande smania di viaggiare; e a questo fine abbandonò casa e patria.
Caduto in estrema miseria, fu costretto a mettersi a servizio del conte d’Oropesa (Castiglia), dal quale fu arruolato nella fanteria.
Nella vita militare perdette l’innocenza e la semplicità della vita.
Nel 1536, mentre era in Ungheria a combattere contro í Turchi, la compagnia di Giovanni fu congedata ed egli, ritornato nell’Andalusia, si mise a servizio di una ricca signora in qualità di pastore.
Nella pace di questa nuova occupazione l’attendeva Iddio per farlo rientrare in se stesso. La sua mente, nella quiete della campagna, ritornò sulla vita trascorsa: pianse i suoi peccati e si diede ad una vita di austera penitenza.
Sentendo il bisogno di soddisfare la divina giustizia, propose in cuor suo di dedicarsi totalmente al servizio degli infelici.
Su questa strada, guidato e illuminato da Dio, giunse a un eroismo di carità e di abnegazione.
In Granata, dove aveva fondato il primo ospedale, trovò i primi benefattori, che largheggiando di mezzi materiali, gli dettero possibilità di svolgere la sua azione di bene.
Molti attirati dalla santità della sua vita, si proposero di seguirlo e di ubbidirlo. In questo modo egli si trovò padre d’una comunità, che dopo la sua morte si pose sotto una regola stabile e professò i voti religiosi. Sorsero così il « Fatebenefratelli ».
Le opere a cui pose mano il Santo sono innumerevoli. Ebbe vasto campo di apostolato. Operò moltissime conversioni, anche fra quelle giovani che per penuria di mezzi si erano date ad una vita peccaminosa. Soprattutto però incontrarono la generosità del suo cuore i poveri derelitti e gli ammalati.
Consunto dalle eroiche fatiche e colpito da grave malattia, fu soccorso da una ricca signora affinché potesse avere tutti i rimedi della scienza e della medicina, ma dopo inutili tentativi se ne volava pieno di meriti al cielo.
Favorito da Dio del dono dei miracoli, nell’incendio del suo ospedale potè salvare tutti i ricoverati, passando incolume attraverso le fiamme.
Morì 8 Marzo 1550 e fu canonizzato nel 1690 dal Papa Alessandro VIII.
Tra la fine del 1800 e inizi del 1900 venne proclamato patrono degli ammalati, degli infermieri, medici, ospedale e Patrono di Granada.
SAN ANGELA MERICI
Angela Merici nacque verso l’anno 1474 e morì nel 1540, all’età di circa 65 anni. La sua vita si può suddividere in tre tappe di circa 20 anni. La prima, quella delle illuminazioni, è seguita da un periodo di vita nascosta, che prelude alla terza tappa caratterizzata da un’azione apostolica intensa.
Prima tappa: le grandi illuminazioni
La prima illuminazione avviene presto nella vita di Sant’Angela. Secondo le sue confidenze, aveva cinque o sei anni quando cominciò a conoscere ed amare Dio, non in maniera astratta ma, secondo quanto afferma Antonio Romano, testimone al processo diocesano di beatificazione: (per quanto me disse) avendo udito leggere al padre libri spirituali di Santi et Vergini, cominciò a darsi ad una vita sobria spirituale e contemplativa. Angela è incoraggiata ad imitarli. Queste letture le aprono un cammino di preghiera; comincia a parlare a Dio e a cercare luoghi e tempi di raccoglimento. Nello stesso tempo, riesce ad attirare la sorella maggiore alla sua vita di preghiera e di astinenza. Angela cresce, dunque, in un ambiente rurale di forte fede cristiana, con i fratelli e una sorella. A questi anni di felicità familiare segue un periodo di lutto. Verso il 1490 – Angela aveva raggiunto allora probabilmente i 16 anni di età – la sua sorella maggiore muore, lasciandola nell’angoscia. Dopo un tempo di preghiera intensa, Angela riceve la seconda illuminazione: un giorno, mentre lavora nei campi, Angela vede la sorella circondata dagli angeli, nella gioia celeste. Da questo momento si sente incoraggiata ad intensificare la vita di preghiera e di rinunzia.
Dopo la morte dei genitori, Angela è accolta dallo zio materno, Biancoso de Bianchis, un notaio ricco della città di Salò. All’età del matrimonio, lascia dunque la sua vita semplice e laboriosa per un ambiente di piacere. Non desiderando né sposarsi né entrare in un chiostro, Angela sceglie – è la terza illuminazione – di entrare nel terz’Ordine di San Francesco, iniziando una vita di povertà, lavoro, preghiera ed astinenza secondo l’esempio del poverello d’Assisi. Nello stesso tempo, questa bella ragazza, piena di gioia serena nonostante i lutti sofferti, attira gli altri a Dio. Secondo Matteo Bellintani, benché fosse ancora giovane, Angela con i suoi esempi e le sue parole esortava numerose persone a vivere una vita cristiana più fervida: all’esempio suo e suoi santi ricordi, si svegliò in molte persone, benché ella era giovinetta ancora, spirito di santità. Giovane adulta, Angela ritorna a Desenzano e condivide la vita semplice e laboriosa degli contadini. Un giorno, mentre lavora nei campi, i cieli si aprono per la quarta ed ultima illuminazione. In una visione a mezzogiorno, mentre le sue compagne si riposano, Angela riceve da Dio la missione di fondare una Compagnia di vergini, la qual si doveva dilatare. Qui termina il tempo delle illuminazioni e comincia per Angela un lungo periodo di vita laboriosa e nascosta.
Seconda tappa: una vita nascosta
All’inizio del XVI secolo, niente di particolare caratterizza la vita di Angela, una lunga vita serena di preghiera e di lavoro nei campi, senza alcun segno della missione che è chiamata a compiere. Come i suoi contemporanei vive anni di pace ed esperimenta i disagi della guerra combattuta tra il 1509 e il 1516. La sua casa delle “Grezze” in Desenzano si trova vicina alla strada che collega Brescia a Venezia, dunque esposta alle ruberie degli eserciti pronti ad impadronirsi dei raccolti e del bestiame. Una testimonianza del biografo Bernardino Faino getta un po’ di luce su questo lungo periodo di attesa: Angela è amabile e dolce; la sua amicizia è ricercata da molte persone, non solamente a Desenzano, ma anche nelle borgate lungo il lago di Garda. Con soavissime parole, Angela cerca di orientare tutti verso il cielo: aveva con la sua gran carità contratta amicizia non solo con quei della Terra ma con tutta la riviera; tutti andavano a gara per averla in casa. Andava però modestamente Angela nelle case altrui, e contrattando confidentemente con ogni persona, cercava sempre d’acquistar qualche anima al Cielo, il che era il suo fine principale. Queste parole rivelano i doni di relazione e di comunicazione che vanno crescendo nella sua personalità. Questi doni sono confermati dal Bellintani quando scrive: questa umiltà amabile e graziosa rendeva il suo parlare con altri, e parimente i gesti e i costumi suoi. Questa tutti onorando, ed a tutti sottoponendosi, travagliava con molta leggiadria all’emendazione della loro vita, ed al profitto della vita cristiana. Questa la faceva sicuramente vivere nel mondo negoziando nei fatti della salute con ogni sorte di persone.
Una richiesta inaspettata cambia totalmente la sua vita semplice. Dopo quattro anni di guerra, la città di Brescia è sconfitta; moltissime famiglie piangono i loro morti. Consapevoli della ricca personalità umana e spirituale di Angela, i superiori francescani del Terz’Ordine la mandano a Brescia per consolare una vedova, Caterina Patengola, che aveva perso durante la guerra il marito, due figli, una figlia e il genero, e che rimaneva sola con una nipotina di quattro anni. Angela in spirito di obbedienza lascia tutto: fratello, amici, casa e campi, abitudini, lavori agricoli. A Brescia la sua esistenza cambia totalmente: iniziano per lei, in modo provvidenziale, gli ultimi vent’anni della sua vita.
Terza tappa: una vita apostolica intensa
Trascorso un anno nella casa di Caterina, Angela riesce non solo a pacificarla, ma anche ad aiutarla a crescere nell’apertura verso gli altri. Da questo momento, la vedova adotta uno dopo l’altro piccoli orfani per educarli e far loro apprendere un mestiere. Terminata la sua missione, Angela rimane a Brescia per motivi spirituali: ha maggior facilità di partecipare alla Messa quotidiana, di ricevere i sacramenti e di ascoltare le omelie. Con cuore materno accetta l’invito di stabilirsi nella casa di Antonio Romano, un giovane mercante di 24 anni, appena arrivato a Brescia, che aveva incontrato Angela presso Caterina Patengola. Per 12 anni, Angela rimane nella sua casa, vicina alla chiesa di Sant’Agata e alle porte della città, nelle vicinanze dei quartieri dei mercanti e dei poveri. La testimonianza del Romano è molto importante per conoscere l’influenza crescente della santa fra i bresciani: di giorno in giorno, crescendo in santità veniva la sua fama di vita spirituale spargendosi fra il popolo, in modo che vi concorrevano moltissimi della città di Brescia. La santità di vita di questa donna di preghiera, ma anche le sue qualità umane di accoglienza, ascolto, comprensione e saggezza spiegano l’interesse dei concittadini per la persona di Sant’Angela. Il Romano ricorda la forza della sua preghiera per ottenere grazie dal Signore, ma anche l’efficacia delle sue parole per quietare qualche discordia e ottenere giustizia: pacifica due nobili bresciani determinati a combattersi fino alla fine. Secondo il Faino, la “Madre”, come la chiamano i cittadini, va a visitare ciascuno nella sua casa e riesce con dolcissime parole a persuaderli a rappacificarsi. Un secondo caso rivela la forte personalità della santa e i suoi doni di persuasione: al ritorno dal pellegrinaggio a Mantova, Angela si reca a Solferino presso il signor Luigi di Castiglione, per ottenere da lui la grazia in favore di un amico bandito e la restituzione dei suoi beni. Nonostante il carattere duro e orgoglioso del Principe, Angela riesce, con umili e dolci parole, a persuaderlo a perdonare il servo colpevole. Non è sorprendente che il Romano commenti l’episodio dicendo: la sua fama si spargeva nei circonvicini luoghi, talmente che ogni Signore gli concedeva quello che domandava.
Nel 1524, Angela si reca in Terra Santa con il Romano e il cugino Bartolomeo. Una cecità temporanea contratta durante il viaggio le fa vivere intensamente i misteri di Gesù Cristo, specialmente al Calvario. Secondo il Bellintani, avrebbe ricevuto qui, durante una lunga preghiera, una grazia particolare di maternità spirituale per i futuri membri della Compagnia. Al ritorno, nella città di Venezia, viene ospitata nell’ospedale degli Incurabili dove venerro da lei alcuni nobili
Signori a visitarla e per intendere e interrogarla della vita, e della sua scienzia. Questi nobili, convinti della santità di Angela e dei suoi doni di guida spirituale, le chiedono di rimanere a Venezia a servizio dei luoghi pii. L’anno dopo, Angela va in pellegrinaggio a Roma par l’Anno Santo ed è accolta dal Papa Clemente VII, che a sua volta le chiede di rimanere a Roma per i medesimi motivi. Angela non accetta quegli inviti, sicura che il Signore l’aspetta a Brescia per il compimento della sua missione di fondatrice.
Al ritorno dai due pellegrinaggi, Angela è coinvolta in un’attività apostolica intensa: manifesta il dono di discernere la vocazione delle persone, spiega la Sacra Scrittura, è consultata da teologi e predicatori, realizza conversioni importanti, è visitata da persone di tutte le classi sociali, ha il dono particolare di riconciliare famiglie e società e, soprattutto, diviene maestra di vita spirituale. Pian piano giovani e donne si riuniscono attorno a lei.
Nel 1528 e una seconda volta nel 1532, forse già con parecchie figlie spirituali, Quarta tappa: la fondazione
Dopo quarant’anni di attesa, giunge il tempo della fondazione. Nello scrivere la Regola per la Compagnia, Angela procede in modo pedagogico, secondo il suo segretario Cozzano: Lei otteneva da queste vergini quello che comunicava ad altri, e dava loro la capacità di fare. Poi, di ciò, si consultava con loro, e diceva che non lei, ma loro con lei l’avevano fatto. Restava loro obbligatissima ritenendosi vera debitrice, e dando loro Dio quale rimuneratore potente, come vera amica e viva figlia di Dio. Vediamo in questo testo come la Madre proceda in varie tappe: spiegazione, esercizi, valutazione, decisioni prese insieme e poi riconoscimento del lavoro comune.
La Compagnia di Sant’Orsola fu fondata il 25 novembre 1535 a Brescia e la sua Regola approvata dall’autorità diocesana l’8 agosto 1536. Angela, dalla sua casa vicino della chiesa di Sant’Afra, una della prime martiri di Brescia, continua la sua missione di fondatrice, esortando le figlie a vivere come vere e intatte spose del Figliolo di Dio. Allo stesso tempo, anche quando la malattia le fa sentire vicina la morte, Angela continua ad esortare nelle fede i suoi visitatori: un giovane, figlio del suo parente Angelo, nel quale intravede la vocazione sacerdotale, oltre a Tomaso Gavardo e Giacomo Chizzola che ha lasciato la sua testimonianza: Mi ricordo anche, che quando essa era all’estremo della sua vita per morire l’andai a visitare, che levata in settone, fecemi un bel esordio intorno al vivere cristiano, e al mio partire, fu pregata dal Signor Tomaso Gavardo quale ivi era venuto meco, che gli lasciasse qualche spirituale documento, onde essa altro non disse che questo, “Fate in vita quello che vorresti aver fatto al tempo della morte”. Nello stesso tempo, Angela prepara i suoi “Ricordi” e il “Testamento” per l’istruzione e la formazione delle responsabili della Compagnia. Questi due documenti, come vedremo in seguito, sono tanto ricchi di intuizione pedagogica che hanno inspirato la missione educativa delle Orsoline fino ad oggi.
Dopo la morte di sant’Angela, la stima generale evidenzia i motivi dell’ammirazione dei suoi contemporanei: non solamente la sua vita di preghiera o d’austerità, non solo gli esempi della sua santa vita, ma anche l’efficacia delle sue parole. Così scrive Pandolfo Nassino, cronista di Brescia, all’indomani della morte della Santa: questa Madre Suor Angela a tutti predicava la fede del sommo Dio che tutti se innamorava di leiQuesti sono i fatti principali della vita di sant’Angela Merici. I primi testimoni e i biografi hanno trasmesso il ricordo di una donna dotata di qualità pedagogiche straordinarie. Benché la Madre non abbia frequentato mai la scuola, né inaugurato o insegnato in una scuola, i suoi doni educativi, evidenti nei “Ricordi” e nel “Testamento” hanno avuto un peso tale, che le sue figlie sono rapidamente divenute educatrici. Sotto la direzione di Padre Francesco Cabrini d’Alfaniello, iniziatore della catechesi sistematica nelle parrocchie di Desenzano verso il 1557 e direttore spirituale della Compagnia di Sant’Orsola, le Orsoline si sono impegnate nell’insegnamento della dottrina cristiana. Già nel 1566 erano presenti nei luoghi pii della città per l’insegnamento e la formazione delle orfane e di altre fanciulle abbandonate.
Angela educatrice della fede
Un esame attento dei primi documenti biografici rivela che Angela possedeva i doni particolari di ogni vero educatore:
1° Farsi amare
Ogni educatore sogna di essere stimato ed amato dai suoi allievi. Angela è apprezzata anche dai numerosi artigiani e lavoratori del suo ceto, dagli amici come quelli invitati ad essere testimoni nel 1537 al primo Capitolo Generale della Compagnia. Ma soprattutto è venerata dai primi membri della Compagnia, che la cercano per essere ammaestrate da lei ed aiutate nel cammino spirituale.
2° Incoraggiare e stimolare con parole persuasive
Questa donna discreta, amabile e gioiosa ha il dono di toccare i cuori per condurli a crescere nell’amore di Dio e del prossimo. Angela ritorna un giorno da Brescia a Salò per visitare la sua famiglia. Il giovane Stefano Bertazzoli, studente all’università di Padova, va a parlare con lei vestito all’ultima moda. Angela, con le sue sagge parole, l’aiuta a far emergere un aspetto più profondo della sua personalità. Stefano ritorna a Padova, comincia a studiare il diritto canonico e diviene un sacerdote molto sensibile ai poveri.
Quando Angela si rifugia a Cremona in 1529, nel timore che la città di Brescia venga assediata da Carlo V, è ospitata da Agostino Gallo, che testimonia: Basta che ella mi parlò con tale amorevolezza dietro al viaggio, che subito li restai pregione, di sorte che non solamente io non sapeva vivere senza di lei, ma anche mia moglie, e tutta la mia famiglia… Onde, stando la detta Madre in casa nostra, era ogni giorno visitata dalla mattina sino alla sera, non solo da molti religiosi e persone assai spirituali, ma ancora da gentildonne e gentilhuomini, e d’altre diverse persone di Cremona e di Milano… di che ogn’uno si meravigliava della gran sapienza ch’era in lei, perché si vedeva ch’ella convertiva molti a mutare vita, come io ne ho conosciuto pur assai che sono morti, ed anco alcuni pochi che sono ancora vivi, così in Milano, come in Cremona. Gabriele Cozzano, suo fedele segretario, descrive come Angela si adattava a ciascuno, anche ai più deboli: E chi era il più peccatore, quello era il più accarezzato da lei, perché, se non poteva convertirlo, almeno, con dolcezza d’amore, lo induceva a fare qualcosa di bene o a far meno male.
3° Convincere ad imitare la sua vita
Già in gioventù Angela aveva il dono di attirare altre al suo genere di vita. Non lo faceva in maniera autoritaria, ma con il suo dono istintivo di leader: la sua sorella maggiore era spinta ad imitarla nelle sue preghiere e astinenze. Qualche anno dopo, al ritorno di Angela da Salò a Desenzano, fu accompagnata, secondo il Bellintani, da un’amica desiderosa di condividere il suo stile di vita: seguendo l’incominciata vita, tuttavia crescendo mirabilmente in essa, trasse una altra giovine a la medesima professione, essendo veramente data per comune beneficio, ma tosto fu da questa sua compagna abbandonata, la quale al cielo se ne volò con la santa corona della verginità. Arrivata a Brescia, Angela si trova in breve tempo circondata da molte donne per le quali è una vera guida spirituale. Attira con la sua fede salda e la sua piacevolezza e suscita il desiderio di vivere come lei, totalmente dedicata all’amore di Cristo e del prossimo: Erano di mano in mano per suo mezzo ritirate molte persone del viver mondano ad una vita spirituale, e specialmente molte donne e matrone e vergini, de quali alla fine fece la congregazione di Sant’Orsola. Il numero di 150 membri della Compagnia, soltanto cinque anni dopo la fondazione, rivela la forza attraente della Madre. Infine, quando Angela va ad abitare a Sant’Afra, è accompagnata da Barbara Fontana, decisa di vivere come lei, nella preghiera, nella penitenza e nell’apertura agli altri.
Tutte queste qualità umane, spirituali e pedagogiche furono di grande aiuto nella fondazione della Compagnia. Angela ha saputo scegliere con saggezza i membri, ma anche le responsabili e le persone laiche, donne e uomini, coinvolti nel governo.
SAN GIOVANNI DELLA CROCE
Collaboratore di Santa Teresa d’Avila nella fondazione dei Carmelitani Scalzi, Dottore della Chiesa, Giovanni della Croce risulta sempre più un affascinante maestro: le sue parole e il suo messaggio sanno di mistero, del mistero di Dio.
Nasce a Fontiveros in Castiglia (Spagna) nel 1542, da una famiglia poverissima. Orfano molto presto del padre; una madre laboriosa e intraprendente per far fronte alla fame. Il piccolo Juan viene subito colpito dalla durezza della vita. Provato nel fisico, ma temprato nello spirito, si dà da fare come infermiere per mantenersi agli studi cui si sente portato.
Emerge ben presto la sua voglia di Dio e di Assoluto. A 20 anni decide di entrare nel noviziato dei Carmelitani. Arriva al Sacerdozio a 24 anni, ma si scopre dentro una gran voglia di una vita rigorosamente consacrata nel silenzio e nella contemplazione, una voglia che neppure i brillanti studi teologici nella prestigiosa università di Salamanca riescono a sopire.
Ci pensa Santa Teresa ad offrirgli una soluzione, invitandolo a partecipare alla Riforma dell’Ordine Carmelitano. Maestro dei novizi, attira tanti giovani che desiderano condurre una vita come lui. Nello spazio di pochi anni, pieni di fatiche apostoliche sulle strade assolate o ghiacciate di Spagna, accanto a profonde sofferenze, incredibili ed esaltanti esperienze mistiche.
La sua perfezione ascetica, la sua vita d’orazione, la sua elevatezza. di spirito e d’ingegno, l’esperienza mistica personale e la conoscenza dell’ampia esperienza mistica del Carmelo Riformato, la vasta dottrina, la profonda interiorità, e soprattutto la viva fiamma d’amore che lo vivificava e lo consumava fecero di lui non solo un grande santo, ma anche un grande maestro.
Scrive poemi e trattati che sprigionano la sua sapienza mistica, quella che non viene dai libri e dagli studi, ma che si “sa per amore”. Muore a Ubeda il 14 dicembre 1591, a soli 49 anni, facendo sue, in un trasporto d’amore, le parole del Cantico dei cantici: “Rompi la tela ormai al dolce incontro!”.
Il suo linguaggio: poetico e pieno di immagini e simboli, il linguaggio della passione e dell’amore. Con spirito nuovo, da umanista rinascimentale, offre un valido aiuto per il cammino cristiano dell’uomo moderno. Il cammino che propone è necessario e il risultato possibile anche se può sembrare una cosa ardua
Giovanni della Croce invita alla rinuncia, che non è negazione di sé o abdicazione da sé, ma promozione del meglio di sé. L’opera di Giovanni della Croce, se non invita ad un approccio immediato, ridesta tuttavia sempre almeno curiosità e fascino. Sono molte le persone comunque che l’hanno preso sul serio, come Teresa di Gesù Bambino, Elisabetta della Trinità, Edith Stein …, e tanti altri, ci assicurano che l’itinerario proposto da Giovanni della Croce è accessibile. La sua spiritualità non sradica e non impone un programma fisso di vita. Pur rimanendo nei nostri quotidiani impegni, ci chiede di vivere nell’attenzione amorosa, un orientamento a Dio totale e rigorosamente esclusivo.
Il suo magistero orale e scritto, illumina tutto il percorso cui l’anima è chiamata per il raggiungimento del “Monte”, dei vertici della spiritualità ove si compie il mistero amoroso dell’unione con Dio.
La Chiesa ha riconosciuto il valore universale della dottrina ascetica e mistica di S. Giovanni della Croce proclamandolo Dottore Mistico della Chiesa Universale.
Quel che è certo è che tutti i pensieri, tutti i detti di S. Giovanni della Croce sono proprio articoli che regolano il modo di camminare sulle orme di Cristo. Un codice della strada, sì, della vera strada: l’imitazione di Cristo, di Colui che è Egli stesso via. Ed è altrettanto certo che il passaggio obbligato è quello della Croce.
SAN MARTINO DI TOURS
Uno dei più illustri ornamenti della Chiesa nel secolo ‘v fu certamente S. Martino, vescovo di Tours e fondatore del monachismo in Francia.
Nato nel 316 in Sibaria, città della Pannonia, l’odierna Ungheria, da genitori nobili ma pagani, ancor bambino si trasferì a Pavia, ove conobbe la religione cristiana. A 10 anni all’insaputa dei genitori si fece catecumeno, e prese a frequentare le assemblee cristiane. Appena dodicenne deliberò di ritirarsi nel deserto; essendo però figlio d’un tribuno, dovette presto seguire il padre nella cavalleria e per tre anni militare sotto gli imperatori Costanzo e Giuliano.
Umile e caritatevole, aveva per attendente uno schiavo, al quale però egli puliva i calzari e che trattava come fratello. Un giorno nel rigore dell’inverno era in marcia per Amiens, incontrò un povero seminudo: sprovvisto di denaro, tagliò colla spada metà del suo mantello e lo copri. La notte seguente, Gesù, in sembianza di povero, gli apparve e mostrandogli il mantello disse: « Martino ancor catecumeno m’ha coperto con questo mantello ». Allora bramoso di militare solo più sotto la bandiera di Cristo, chiese e ottenne dall’imperatore stesso l’esenzione dalle armi.
Si portò a Poitiers presso il vescovo S. Ilario da cui fu istruito, battezzato e in seguito ordinato sacerdote. Visitò ancora una volta i genitori per convertirli; poi, fatto ritorno presso il maestro, in breve divenne la gloria delle Gallie e della Chiesa.
Desideroso di vita austera e raccolta, si ritirò dapprima in una solitudine montana, poi eresse la celebre e tuttora esistente abbazia di Marmontier (la più antica della Francia) ove fu per parecchi anni padre di oltre 80 monaci. Però i suoi numerosissimi miracoli, le sue eccelse virtù e profezie lo resero così famoso, che, appena vacante la sede di Tours, per unanime consenso del popolo fu eletto vescovo di quella città. La vita di San Martino fu compendiata in questo epigramma: “Soldato per forza, vescovo per dovere, monaco per scelta”.
Il nuovo Pastore non cambiò appunto tenore di vita, ma raccoltosi a meditare i gravi doveri che assumeva, si diede con sollecitudine ad eseguirli. Sedò contese, stabilì la pace tra i popoli, fu il padre dei poveri e più che tutto zelantissimo nel dissipare ogni resto di idolatria dalla sua diocesi e dalle Gallie.
Formidabile lottatore, instancabile missionario, grandissimo vescovo. sempre vicino ai bisognosi, ai poveri. ai perseguitati. Disprezzato dai nobili, irriso dai fatui, malvisto anche da una parte del clero, che trovava scomodo un vescovo troppo esigente, resse la diocesi di Tours per 27 anni. in mezzo a contrasti e persecuzioni.
Tormentato con querele e false accuse da un suo prete di nome Brizio. diceva: “Se Cristo ha sopportato Giuda, perché non dovrei sopportare Brzio?” Stremato di forze, malato, pregava: “Signore, se sono ancora necessario al tuo popolo, non mi rifiuto di soffrire. Altrimenti, venga la morte”.
Nell’anno 397 udì che a Candate (Candes-Saint-Martin) era sorto un grave scisma: benchè ottantenne, si portò colà, convocò clero e popolo e ricompose gli animi nella pace. Ma stando per tornare alla sua sede, fu assalito da febbri mortali. Volle essere adagiato sulla nuda terra e cosparso di cenere, per morire, come sempre aveva vissuto, da penitente.
Il volto del santo rimase nella morte splendente come se fosse avvolto da una luce di gloria e da molti fu udito un coro di angeli cantare intorno alla sua salma. Alle sue esequie si riunirono gli abitanti di Poitou e di Tours e così cominciarono ad altercare. Dicevano gli uni: ” È un monaco della nostra città e noi ne vogliamo il corpo”. E gli altri di rimando: “Dio ve l’ha tolto per darlo a noi”. La notte seguente, mentre gli abitanti di Poitou dormivano, gli abitanti di Tours si impadronirono del corpo di Martino, lo gettarono da una finestra su di un battello e lo portarono seguendo il corso della Loira fino a Tours con gran gioia e venerazione.
Fu così sepolto a Tours, ove gli fu dedicata la cattedrale e dove egli compi innumerevoli miracoli. Gli Ugonotti violarono quelle sacre spoglie, e dopo averle bruciate, ne dispersero le ceneri.
