SAN LUIGI GONZAGA
Luigi non era solo un paggetto grazioso e fragile, orante e penitente, ma un giovane intelligente, ricco di sensibilità e di forza, per reagire all’eredità dei Gonzaga: avarizia, insensibilità, sete di potere…
Il secolo di Luigi è segnato dall’eresia di Lutero e Calvino. In questa società in cui imperava il materialismo e razionalismo Luigi sa reagire con la preghiera e l’amore ai poveri. Si rende conto della corruzione di corte ed è capace di difendere il suo cattolicesimo, di svergognare un vecchio signore che teneva discorsi pornografici e sà rimproverare il principino don Diego, che pretendeva di comandare al vento.
Nelle sue scelte è guidato da grandi ideali! I suoi genitori – Ferrante
Gonzaga e Marta Tana di Sàntena, piemontese – si conoscono alla corte di Filippo II e si sposano a Madrid il 15 novembre 1566, secondo le norme del concilio di Trento. Luigi nasce il 9 marzo 1568, con un parto difficile; è battezzato il 20 aprile a Castiglione: certificato in latino! Ferrante è fiero del suo erede. La madre, donna di cultura e di fede, lo educa alla preghiera e alla carità. Luigi cresce vispo e birichino. Il padre gli regala un’armaturina leggera e lui nel 1573, a Casalmaggiore, fa l’ufficiale e spara il cannone…Due anni prima, lo stendardo oro-azzurro della Lega santa aveva trionfato a Lepanto…
Lontano da mamma Marta, Luigi prega di meno e dice “parolacce militari”.
Nel 1577-78, insieme al fratello Rodolfo, Luigi passa col padre a Bagni di Lucca ed è poi accolto alla corte di Francesco de’ Medici a Firenze. Fa progressi in latino e spagnolo. Nel giardino di Palazzo Pitti gioca con le principessine Eleonora, Anna e Maria.
Ma Firenze matura Luigi: davanti alla santissima Annunziata si consacra alla Madonna. Il precettore lo conduce da un confessore gesuita, e lui sviene in San Giovannino, ripensando alle “parolacce”.
Nel 1579 Ferrante, eletto principe del Sacro Romano Impero, preferisce che i figli rientrino a Castiglione, ove Luigi, il 22 luglio 1580 riceve la prima comunione dal cardinale Carlo Borromeo. Ormai la vita di Luigi segue gli Esercizi spirituali di sant’Ignazio.
Intanto Ferrante è incaricato da Filippo II di accompagnare a Lisbona sua sorella Maria d’Austria, vedova di Massimiliano II. Dal 1581 Luigi vive a Madrid. La sua vocazione si precisa. Il 29 marzo 1583 terrà un suo discorsetto in latino davanti al re. Ma il 15 agosto 1583, davanti alla Madonna del Buon Consiglio nella chiesa del collegio della Compagnia di Gesù, Luigi è certo che il Signore lo vuole gesuita. Marta è contenta. Ferrante oppone grosse difficoltà. Luigi è convinto, ma accetta di rimandare la decisione al ritorno in Italia. Nel 1584 a Castiglione, Luigi scappa da casa, scrive al Padre generale Acquaviva. Finalmente Ferrante cede, e il 2 novembre 1585, Luigi firma a Mantova l’atto di rinunzia al marchesato.
Lunedì 4 novembre dalla bruma mattutina spunta il sole, la carrozza attraversa il Po a San Niccolò, l’esodo di Luigi è segnato da “grande allegrezza”.
Luigi arriva a Roma: forse il 20 novembre 1585. Suo cugino, monsignor Scipione Gonzaga, lo ospita nel palazzetto di via della Scrofa 117 (dal 9 novembre 1991, una lapide ne ricorda il passaggio). Da una lettera di Ferrante, sappiamo che Luigi il 23 novembre fu ricevuto da Sisto V, domenica 24 passò al Gesù per la messa, poi lunedì 25 entrò nel noviziato di Sant’Andrea al Quirinale. Il suo cuore gustò pace e gioia…
Dopo un breve soggiorno a Napoli per ragioni di salute, Luigi è trasferito al Collegio Romano per concludere gli studi di filosofia. Il 25 novembre 1587, nella cappella del quarto piano, pronuncia i primi voti religiosi. Spesso pregherà nella chiesa dell’Annunziata (poi assorbita nella vasta chiesa di Sant’Ignazio).
Luigi passa alla teologia, domanda le missioni dell’India. Nel 1588 riceve gli ordini minori in San Giovanni in Laterano. Il 12 settembre 1589, su consiglio del Padre Bellarmino e del Padre Acquaviva, Luigi va a riappacificare suo fratello Rodolfo con il duca di Mantova. Un suo discorso sull’eucarestia porta molta gente alla confessione. Nel ritorno, entusiasma gli studenti di Siena parlando della sequela generosa di Cristo-Re. Nel febbraio 1591 scoppia a Roma un’epidemia di tifo petecchiale e Luigi è fra i primi volontari. Il 3 marzo trasporta un appestato all’ospedale della Consolazione.
Subito un febbrone lo avvolge e lo avvia alla morte, vero “martire di carità”.L’ultima lettera alla madre lo rivela carico di fede… Il 21 giugno 1591, Luigi ha maturato un grande ideale, “giunge a riva di tutte le sue speranze”.
Ricordiamo inoltre il Comune di Castiglione delle Stiviere, per i quattro cortei storici in costume (1988-1991), con cinquecento comparse. L’anno 1991 fu coronato dalla visita carismatica di Giovanni Paolo II.
“Luigi è passato dall’egoismo alla protesta, dalla protesta alla proposta, dalla proposta alla socialità, dalla socialità alla carità”.
Di lui Paolo VI disse nel marzo 1968: “Luigi concepì la sua esistenza come un dono da spendere per gli altri”; infine le parole di Giovanni Paolo II nel giugno 1991: “Il Padre misericordioso ha concesso a Luigi d’immolare la sua giovinezza in un servizio eroico di carità fraterna”.
SANTA CATERINA DA SIENA
Quando si pensa a santa Caterina da Siena vengono in mente tre aspetti di questa mistica nella quale sono stati stravolti i piani naturali: la sua totale appartenenza a Cristo, la sapienza infusa, il suo coraggio. I due simboli che caratterizzano l’iconografia cateriniana sono il libro e il giglio, che rappresentano rispettivamente la dottrina e la purezza. L’insistenza dell’iconografia antica sui simboli dottrinali e soprattutto il capolavoro de Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), l’eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la proclamazione a Dottore della Chiesa di Santa Caterina, avvenuta il 4 ottobre 1970 per volere di Paolo VI (1897-1978), sette giorni dopo quella di Santa Teresa d’ Avila (1515–1582).
Caterina (dal greco: donna pura) vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria era stata riempita da figure come Giotto (1267–1337) e Dante (1265–1321), ma, contemporaneamente, dilaniata da tensioni e lotte fratricide di carattere politico, dove occupavano spazio preponderante le discordie fra guelfi e ghibellini.
Caterina nasce a Siena nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell’Oca) il 25 marzo 1347: è la ventiquattresima figlia delle venticinque creature che Jacopo Benincasa, tintore, e Lapa di Puccio de’ Piacenti hanno messo al mondo. Giovanna è la sorella gemella, ma morirà neonata. La famiglia Benincasa, un patronimico, non ancora un cognome, appartiene alla piccola borghesia.
Caterina ha solo sei anni quando le appare Gesù vestito maestosamente, da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo ed un manto rosso, accanto al quale stanno san Pietro, san Giovanni e san Paolo.
Il Papa si trovava, a quel tempo, ad Avignone e la cristianità era minacciata dai movimenti ereticali.
Già a sette anni Caterina fece voto di verginità. Preghiere, penitenze e digiuni costellano ormai le sue giornate, dove non c’è più spazio per il gioco.
Della precocissima vocazione parla il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua (1330-1399), nella Legeda Maior, confessore di Santa Caterina e che divenne superiore generale dell’ordine domenicano; in queste pagine troviamo come la mistica senese abbia intrapreso, fin da bambina, la via della perfezione cristiana: ridusse e cibo e sonno; abolisce la carne; si nutre di erbe crude, di qualche frutto; utilizza il cilicio…
Proprio ai Domenicani la giovanissima Caterina, che aspirava a conquistare anime a Cristo, si rivolse per rispondere alla impellente chiamata. Ma prima di realizzare la sua aspirazione fu necessario combattere contro le forti reticenze dei genitori che la volevano coniugare.
Aveva solo 12 anni, eppure reagì con forza: si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò in casa.
Risolutivo fu poi ciò che un giorno il padre vide: sorprese una colomba aleggiare sulla figlia in preghiera.
Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (dal mantello nero sull’abito bianco dei Domenicani); una scelta anomala quella del terz’ordine laicale, al quale aderivano soprattutto donne mature o vedove, che continuavano a vivere nel mondo, ma con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità.
Caterina si avvicinò alle Letture Sacre pur essendo analfabeta: ricevette dal Signore il dono di saper leggere e imparò anche a scrivere, ma usò comunque e spesso il metodo della dettatura.
Al termine del Carnevale del 1367 si compiono le mistiche nozze: da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina viene a stabilirsi un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo, ormai e in tutti i sensi, vive in lei (Gal 2,20).
Ha inizio l’intensa attività caritatevole a vantaggio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati e intanto soffre indicibilmente per il mondo, che è in balia della disgregazione e del peccato; l’Europa è pervasa dalle pestilenze, dalle carestie, dalle guerre: «la Francia preda della guerra civile; l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna; Gerusalemme in mano agli infedeli, e i turchi che avanzano in Anatolia mentre i cristiani si facevano guerra tra loro». Fame,malattia, corruzione, sofferenze, sopraffazioni, ingiustizie…
Le lettere
Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto». Usa espressioni tonanti, invitando alla virilità delle scelte e delle azioni, ma sa essere ugualmente tenerissima, come solo uno spirito muliebre è in grado di palesare.
La poesia di colei che scrive al Papa «Oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire» è costituita da sublimi altezze e folgoranti illuminazioni divine, ma nel contempo, conoscendo che cosa sia il peccato e dove esso conduca, tocca abissi di indicibile nausea, perché Caterina intinge il pensiero nell’inchiostro della realtà tutta intera, quella fatta di bene e male, di angeli e demoni, di natura e sovranatura, dove il contingente si incontra e si scontra nell’Eterno.
Per la causa di Cristo
Una brulicante «famiglia spirituale», formata da sociae e socii, confessori e segretari, vive intorno a questa madre che pungola, sostiene, invita, con forza e senza posa, alla Causa di Cristo, facendo anche pressioni, come pacificatrice, su casate importanti come i Tolomei, i Malavolti, i Salimbeni, i Bernabò Visconti…
Lotte con il demonio, levitazioni, estasi, bilocazioni, colloqui con Cristo, il desiderio di fusione in Lui e la prima morte di puro amore, quando l’amore ebbe la forza della morte e la sua anima fu liberata dalla carne… per un breve spazio di tempo.
I temi sui quali Caterina pone attenzione sono: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, il ritorno della sede pontificia a Roma e la riforma della Chiesa.
Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente.ù
In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze che si trovava in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma.
L’anno seguente partì per Avignone, dove giunse il 18 giugno per incontrare Gregorio XI (1330–1378), il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientrò nella città di San Pietro il 17 gennaio 1377.
L’anno successivo morì il Pontefice e gli successe Urbano VI (1318–1389), ma una parte del collegio cardinalizio gli preferì Roberto di Ginevra, che assunse il nome di Clemente VII (1342– 1394, antipapa), dando inizio al grande scisma d’Occidente, che durò un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII (1326–1417), che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V (1368–1431), nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII, 1328–1423) e di Pisa (Giovanni XXIII, 1370–1419).
All’udienza generale del 24 novembre 2010 Benedetto XVI ha affermato, riferendosi proprio a santa Caterina: «Il secolo in cui visse – il quattordicesimo – fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento».
Amando Gesù («O Pazzo d’amore!»), che descrive come un ponte lanciato tra Cielo e terra, Caterina amava i sacerdoti perché dispensatori, attraverso i Sacramenti e la Parola, della forza salvifica.
L’anima di colei che iniziava le sue cocenti e vivificanti lettere con «Io Caterina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo», raggiunge la beatitudine il 29 aprile 1380, a 33 anni.
SAN GIUSEPPE
Il nome Giuseppe è di origine ebraica e sta a significare “Dio aggiunga”. Giuseppe nacque a Betlemme, il padre si chiamava Giacobbe e pare che fosse il terzo di sei fratelli. Giuseppe in seguito si trasferirà a Nazareth come falegname.
San Giuseppe fu lo sposo di Maria, il capo della “sacra famiglia” nella quale nacque, misteriosamente per opera dello Spirito Santo, Gesù figlio del Dio Padre. E orientando la propria vita sulla lieve traccia di alcuni sogni, dominati dagli angeli che recavano i messaggi del Signore, diventò una luce dell’esemplare paternità. Certamente non fu un assente. È vero, fu molto silenzioso, ma fino ai trent’anni della vita del Messia, fu sempre accanto al figliolo con fede, obbedienza e disponibilità ad accettare i piani di Dio. Cominciò a scaldarlo nella povera culla della stalla, lo mise in salvo in Egitto quando fu necessario, si preoccupò nel cercarlo allorché dodicenne era “sparito’’ nel tempio, lo ebbe con sé nel lavoro di falegname, lo aiutò con Maria a crescere “in sapienza, età e grazia”. Lasciò probabilmente Gesù poco prima che “il Figlio dell’uomo” iniziasse la vita pubblica, spirando serenamente tra le sue braccia. Non a caso quel padre da secoli viene venerato anche quale patrono della buona morte.
Giuseppe era, come Maria, discendente della casa di Davide e di stirpe regale, una nobiltà nominale, perché la vita lo costrinse a fare l’artigiano del paese, a darsi da fare nell’accurata lavorazione del legno. Di lui non si sanno molte cose sicure, non più di quello che canonicamente hanno riferito gli evangelisti Matteo e Luca.
San Giuseppe non è solamente il patrono dei padri di famiglia come “sublime modello di vigilanza e provvidenza” nonché della Chiesa universale, con festa solenne il 19 marzo. Egli è oggi anche molto festeggiato in campo liturgico e sociale il 1° maggio quale patrono degli artigiani e degli operai, così proclamato da papa Pio XII. Papa Giovanni XXIII gli affidò addirittura il Concilio Vaticano II.
San Giuseppe si è lasciato travolgere dal Signore e condurre per strade misteriose. Ha rinunciato a capire e ha accettato di credere, ha rinunziato a comandare e ha accettato di obbedire. Credendo, si è lasciato condurre dal Signore e questi lo ha introdotto in un modo particolarmente intimo nel mistero dell’Incarnazione e della salvezza. San Giuseppe, questo amabilissimo patrono della vita spirituale, immerso in una preghiera fervorosa e costante, ci aiuti ad essere molto presenti solo al cuore e agli occhi di Dio, il nostro io sappia perdersi nell’adorazione umile e silenziosa dell’infinita grandezza dell’unico Dio e Signore nostro.
SANTA SCOLASTICA
Scolastica, la sorella di san Benedetto da Norcia, è praticamente la fondatrice del monachesimo occidentale femminile. Scolastica è nata a Norcia nel 480 e morì a Montecassino. Le poche notizie che abbiamo della vita di Santa Scolastica le troviamo nei dialoghi del Papa San Gregorio Magno. A 12 anni viene mandata a Roma a studiare con il suo fratello Benedetto, ma turbata dall’ambiente molto immorale si ritirò in un eremitaggio. Benedetto la invitò a servire Dio non già fuggendo dal mondo verso la solitudine, ma vivendo in comunità durature e organizzate e dividendo rigorosamente il proprio tempo fra la preghiera e il lavoro: “Ora et Labora”. Da giovanissima Scolastica si consacrò al Signore con il voto di castità. Più tardi mentre il fratello Benedetto viveva a Montecassino con i suoi monaci, Santa Scolastica fondò un Monastero nelle zone vicine con un gruppetto di donne consacrate. Papa Gregorio Magno narra che Benedetto e Scolastica un giorno si incontrarono fuori dai rispettivi monasteri, un colloquio che non finiva mai più, su tante cose del cielo e della terra. Scolastica voleva prolungare il colloquio, ma Benedetto rifiutò perché la regola del monastero proibiva ai monaci di rimanere fuori durante la notte. Allora Santa Scolastica si raccolse in preghiera ed ecco scoppiare un temporale violentissimo che gli costrinse a rimanere in quella casa per tutta la notte. Tre giorni dopo, leggiamo nei dialoghi, Benedetto apprese della morte della sorella vedendo la sua anima salire verso l’alto in forma di colomba. I monaci scesero allora a prendere il corpo di Scolastica e la seppellirono nel monastero di Montecassino. Abbiamo poche notizie di Santa Scolastica ma sappiamo che osservava rigorosamente la regola del silenzio, un giorno disse alle sue consorelle: “Tacete o parlate solamente di Dio”.
SAN GIOVANNI BOSCO
Giovanni Bosco nasce il 16 agosto 1815 in una frazione collinare chiamata I Becchi di Castelnuovo d’Asti. Suo padre si chiamava Francesco ed era un contadino, la madre Margherita Occhiena. Quando Giovanni aveva 2 anni, il padre contrasse una grave polmonite che lo condusse alla morte a soli 33 anni, lasciò la moglie vedova a 29 anni con tre figli da crescere: Antonio, Giuseppe e Giovanni. Erano anni di carestia e mamma Margherita dovette lavorare i campi con grande sacrificio per rassicurare il sostentamento alla famiglia. A 9 anni il piccolo Giovanni fece un sogno e da allora continuerà ad essere visitato da sogni-rivelazioni che gli indicheranno la sua strada e lo faranno portavoce di profezie dirette ai singoli, alla società e ai suoi giovani, alla Congregazione Salesiana, alla Chiesa. Lui stesso definì profetico il sogno fatto a 9 anni che un giorno raccontò ai ragazzi del suo oratorio: “Gli pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto dove si divertivano una grande quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano e non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie egli si lanciò in mezzo a loro cercando di arrestarli usando pugni e parole, ma in quel momento apparve un uomo maestoso, nobilmente vestito, il suo viso era luminoso, lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di tutti quei ragazzi. Giovanni gli chiese chi fosse colui che gli comandava cose impossibili: “Io sono il Figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno”. In quel momento apparve vicino a lui una maestosa donna e in quell’istante al posto dei giovani c’erano una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La Madonna gli disse: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare, cresci umile e virtuoso perché questo è ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli”. Fu così che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che ascoltavano, correvano e giocavano fraternamente”. Proprio dopo questo sogno si accese nel giovane Bosco la sua vocazione. Per avvicinare i ragazzi alla preghiera e all’ascolto della Santa Messa imparò i giochi di prestigio e le acrobazie dei saltimbanchi, attirando in tal modo tanti altri ragazzi i quali venivano poi da lui invitati alla preghiera del rosario e del vangelo. Nel marzo 1826 Giovanni prese la prima comunione.
Divenuta insostenibile la convivenza con il fratello Antonio, mamma Margherita fu costretta ad allontanare Giovanni e mandarlo a vivere come garzone presso una cascina dei suoi parenti. Più tardi venne nel paese un sacerdote il quale si rese conto dell’intelligenza e delle capacità di Giovanni e qui lo accolse nella propria casa per insegnarli la grammatica latina e prepararlo al sacerdozio.
Nel 1831 morì il fratello Antonio e la mamma Margherita richiamò in casa Giovanni con la possibilità di frequentare gli studi a Castelnuovo dove imparò a fare il sarto e anche altri mestieri come il falegname, il fabbro e altri lavori artigianali. Giovanni fondò anche la Società dell’Allegria attraverso la quale tentava di avvicinare diversi giovani. Il giovane Bosco difese più volte persone in difficoltà e questo lo portò un giorno diventato sacerdote ad affermare nelle sue memorie questa frase: “Posso dire che ho imparato nella vita a vivere da cristiano e ho compreso quanto fosse essenziale per la salvezza dell’anima, aiutare il prossimo”. Un giorno formulò un motto di vita molto importante: “Dammi le anime, prendi tutto il resto”.
Nel 1832 continuò gli studi con grande capacità intellettiva. Si presentò ai francescani con il desiderio di essere accettato nel loro ordine, ma cambiò ben presto questa idea su consiglio anche di don Giuseppe Cafasso. Il 30 ottobre 1835 si presentò nel seminario di Chieri, qui trovò un carissimo amico che si chiamavo Comollo, ma questi due anni dopo morì. Dopo qualche giorno Giovanni Bosco raccontava di aver sentito per tre volte “Bosco, Bosco,Bosco. Io sono salvo!”. Fu molto turbato da questo evento e da quel momento in poi decise di porre la salvezza eterna sopra tutto. Il 29 marzo 1841 ricevette il diaconato e il 5 giugno 1841 venne ordinato sacerdote. Dopo aver rifiutato una serie di incarichi si dedicò ad alcuni problemi sociali del tempo. Seguendo l’esempio di Sant’Alfonso Maria dei Liquori, San Francesco di Sales e Santa Teresa d’Avila si aprì per lui la missione che tanto desiderava fin da bambino: essere sacerdote tra i giovani ed insegnare loro ad amare il Signore, Maria e tutto ciò che riguarda il vangelo. Bartolomeo Garelli, muratore di 16 anni arrivato ad Asti orfano, analfabeta, si presentò nella Chiesa di San Francesco e fu affidato alla custodia di Giovanni Bosco, così avvenne per altre famiglie e altri giovani. San Giovanni Bosco si occupò molto della gioventù povera per sollevarla dalla miseria e offrendo loro qualche possibilità anche di lavoro. Don Bosco come tutti i santi era animato da un fuoco di carità verso il prossimo e il suo amore per il prossimo gli aprì strade veramente nuove. Don Bosco cercava per le vie di Torino bambini e ragazzi dediti anche alla delinquenza e con la sua santità gli aiutò molto nel riscattare la propria vita. Insieme a don Cafasso iniziò anche a visitare le carceri e inorridì di fronte al degrado nel quale venivano i giovani dai 12 ai 18 anni. Don Bosco sapeva che quei ragazzi trattati in quel modo sarebbero andati alla rovina senza una guida e un sostegno morale. Don Bosco divenne anche cappellano di una istituzione sanitaria per le bambine povere e i disabili. Coadiuvato dal teologo Giovanni Borrei riuscì a proseguire l’attività dell’oratorio festivo. Nel 1854 don Bosco diede inizio alla Società salesiana con la quale assicurò la stabilità delle sue opere. Dieci anni dopo come aveva visto in sogno iniziò la costruzione del Santuario di Santa Maria Ausiliatrice. Nel 1872 con Santa Maria Domenica Mazzarello fondò l’istituto di Maria Ausiliatrice con lo scopo di educare la gioventù femminile. Tre furono i grandi amori di Giovanni Bosco: l’Eucaristia, la Madonna e il Papa. Molto particolare fu la sua devozione per Maria Ausiliatrice.
San Giovanni Bosco morì all’alba del 31 gennaio 1888 e venne beatificato da Pio XI e dichiarato Santo il 1 aprile 1934.
San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese, la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti del mondo.
SANTO STEFANO PROTOMARTIRE
Del grande e veneratissimo martire Santo Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse Greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni con lingue, costumi e religioni diverse; il nome Stefano, in greco ha il significato di “Coronato”. Si è pensato anche che fosse un Ebreo educato nella cultura Ellenistica; certamente fu uno dei primi Giudei a diventare cristiano e prese a seguire gli apostoli e vista la sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne il primo diacono di Gerusalemme.
Gli Atti degli Apostoli al capitolo 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni; qualche tempo dopo la pentecoste il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli Ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le vedove venivano trascurate. Allora i 12 apostoli, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel servizio delle mense, trascurando così la predicazione della Parola di Dio e la preghiera, pertanto questo compito doveva essere affidato a un gruppo di sette di loro, così gli apostoli potevano dedicarsi di più alla preghiera e al ministero. La proposta fu accettata e vennero eletti Stefano, uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procolo, Nicanore, Timone, Parmenas, Nicola di Antiochia; a tutti, gli apostoli imposero le mani; la chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del mistero diaconale. Nell’espletamento di questo compito, Stefano, pieno di grazia e di fortezza compiva grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma era anche attivo nella predicazione, soprattutto agli Ebrei della diaspora che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto.
Nel 33 o 34 d.C. gli Ebrei ellenistici vedevano il gran numero di convertiti, pertanto sobillarono il popolo e accusarono Stefano di pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio. Gli anziani e gli scribi lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il nazareno distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato. Alla domanda del sommo sacerdote: “Le cose stanno proprio così?”. Il diacono Stefano pronunciò un lungo discorso in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore. Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi.” Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”. Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano ispirato dallo Spirito Santo, alzò gli occhi e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che stà alla destra di Dio”. Fu il colmo, elevando grida altissime e turandosi gli orecchi, i presenti si scagliarono su di lui e a strattoni lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre, i loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saul, (il futuro apostolo delle genti, San Paolo), che assisteva all’esecuzione. In realtà non fu un esecuzione regolare in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di condannare persone a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza quando Stefano fu trascinato fuori dal furore del popolo, quindi si trattò di un linciaggio incontrollato. Mentre il giovane diacono protomartire crollava insanguinato sotto i colpi degli aguzzini, pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”. Dopo questo evento nella città di Gerusalemme si scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani.
Fra la chiesa nascente e la sinagoga il distacco si fece sempre più evidente, fino alla definitiva separazione; la Sinagoga, si chiudeva in se stessa per difendere e portare avanti i propri valori tradizionali; la chiesa sempre più inserita nel mondo greco-romano si espandeva iniziando la straordinaria opera di inculturazione del vangelo.
SAN CARLO BORROMEO
Carlo nacque ad Arona, sul Lago Maggiore nel 1538, in una nobile e ricca famiglia. Il padre Gilberto era noto per la profonda religiosità e per la sua generosità verso i poveri. Anche la madre Margherita era piissima, purtroppo morì quando Carlo aveva solo 9 anni.
A 12 anni Carlo fu nominato commendatario di un Abbazia Benedettina di Arona che fruttava una rendita di 2000 scudi. Nonostante l’età, però il ragazzo aveva già le idee chiare. Infatti appena ricevuta l’investitura, corse dal padre a dire che intendeva spendere quei soldi in aiuto ai poveri.
A 14 anni si recò a studiare prima a Milano, poi a Pavia, nella condizione di studente rivelò ben presto i suoi numerosi talenti: grande intelligenza, carattere tenace e riflessivo, era portato all’essenziale e a non perdersi in tante banalità o esperienze superficiali. Nel 1559 diventò Dottore in “utroque jure” e aveva solo 21 anni.
Quando Carlo aveva 22 anni il Papa Pio IV lo nominò Cardinale con un incarico che oggi viene chiamato Segretario di Stato. Poco dopo gli affidò anche l’amministrazione della Diocesi di Milano con l’obbligo però di restare a Roma. Carlo nonostante le cariche rimaneva sempre un uomo di cultura, a tal fine fondò un Accademia a carattere umanistico letterario.
L’improvvisa morte del fratello Federico avvenuta nel 1562 fu interpretata da Carlo come un segno da parte di Dio per riformare la propria vita ancora di più in senso evangelico. Ridusse il proprio tenore di vita, intensificando la penitenza, i digiuni e le rinunce. Riprese inoltre, con più impegno, la propria formazione teologica e pastorale.
Ma il più grande merito di Carlo Borromeo fu di convincere il Papa a riconvocare il Concilio di Trento sospeso nel 1555, egli fu la mente organizzatrice e l’ispiratore di questa nuova ripresa.
Nel luglio 1563 fu ordinato sacerdote e poco tempo dopo Vescovo.
Nell’aprile 1566 raggiunse Milano, dove iniziò subito la grande opera di riforma secondo il Concilio di Trento. Fu un organizzatore geniale e un lavoratore instancabile tanto che Filippo Neri esclamò: “questo è un uomo di ferro”.
Organizzò la sua Diocesi in 12 circoscrizioni, curò la revisione della vita della parrocchia, obbligando i parroci a tenere i registri di archivio, con le varie attività e associazioni particolari.
Si impegnò molto nella formazione del clero, creando il Seminario Maggiore e Minore. Fu soprattutto instancabile nel visitare le popolazioni affidate alla sua cura pastorale spirituale, iniziando la sua prima visita nel 1566 subito dopo l’arrivo a Milano.
Incontrò difficoltà e talvolta anche ostilità, come nel caso dell’attentato che subì il 26 ottobre 1569 ad opera di quattro frati dell’Ordine dell’Umiliati, uno di questi gli sparò mentre era in preghiera nella sua cappella privata, la pallottola gli forò il rocchetto, ma lui rimase illeso miracolosamente ed il popolo lo interpretò come un segno dell’alta bontà delle sue riforme.
Ma lo spessore della sua personalità di pastore e del suo grande amore lo mostrò in occasione della peste del 1576 assente da Milano perchè in visita pastorale rientrò subito, mentre il governatore spagnolo e il gran cancelliere fuggivano via. Organizzò l’opera di assistenza, visitò personalmente e coraggiosamente i colpiti dal terribile morbo, aiutò tutti instancabilmente.
Il Borromeo fece quattro viaggi a Roma e quattro a Torino come devoto della Sacra Sindone.
A causa della sua attività pastorale senza sosta, i frequenti viaggi, delle continui penitenze, la sua salute peggiorò rapidamente. La morte lo colse il 3 novembre 1584.
Il suo culto si diffuse rapidamente fino alla canonizzazione fatta nel 1610 dal Papa Paolo V.
Carlo Borromeo moriva fisicamente ma la sua eredità, fatta di santità personale e di azioni instancabile per la Chiesa era più viva che mai e continua anche ai nostri tempi.
SANTA TERESA DI LISIEUX
Maria Francesca Teresa Martin, nasce a Alencon in Normadia, il 2 gennaio 1873 e muore a soli 24 anni a Lisieux il 30 Settembre 1897. La sua è stata una famiglia di cristiani ferventi al punto che recentemente il Papa li ha dichiarati santi. Ultima di 9 figli, ebbe una infanzia felice. All’età di 4 anni rimase orfana della mamma e la famiglia si trasferì a Lisieux. A nove anni Teresa si ammalò di una strana malattia dalla quale guarì dopo un’apparizione della Vergine Maria.
Il 9 Aprile 1888, Teresa entra nel Carmelo di Lisieux dove già stavano due delle sue consorelle. Dopo la professione Teresa fu per qualche hanno anche responsabile delle novizie. Fin dall’infanzia Teresa ebbe il dono di un autentica esperienza di Dio. La vocazione religiosa di Teresa affonda le radici in una duplice realtà; la prima favorita da una fede profonda in Dio e nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia; la seconda forte esperienza è in riferimento all’apparizione della Vergine Maria che in seguito determinò il forte desiderio di donarsi a Dio, nella vita del Carmelo.
La sua esistenza si è svolta tutta dentro le mura del convento, eppure il suo messaggio ha assunto un carattere universale. Ammalatasi di tubercolosi, visse nell’attesa della morte in modo edificante. Il suo abbandono a Dio era tale da non esigere niente. Teresa viveva di un amore bruciante per Gesù. Pochi giorni prima di morire, alle sorelle che le domandavano con quale nome avrebbero dovuto pregarla quando fosse stata in cielo, mi chiamerete “piccola Teresa”. La sua agonia fu lunga e molto sofferta. Oltre al dolore fisico, fu provata nella fede: lei stessa un giorno disse “Credo perché lo voglio” e pronunciò più volte queste parole. Passò di fatto i suoi ultimi giorni su questa terra in una profonda aridità spirituale. Nell’ultimo istante della sua vita, quando già la credevano morta, Teresa riaprì gli occhi e si rianimarono di una fiamma straordinaria. Il suo volto divenne luminoso. Morì certamente in estasi.
Teresa ha lasciato a noi il suo famoso manoscritto “Storia di un’anima” dove si esprime con un linguaggio che pochi critici giudicano infantile; il suo pensiero è davvero geniale, soprattutto per le intuizioni che dimostra di avere in riferimento alla vita spirituale. Il segreto di Santa Teresa del Bambino Gesù è: amare Dio e lasciarsi prendere fra le sue braccia. La missione di Santa Teresa continua nel tempo. Teresa di Lisieux sapientemente ci indica un sicuro itinerario per raggiungere la meta suprema: e cioè l’intimità con Dio, l’intimità con un Padre amatissimo e tenero.
Ecco alcune sue riflessioni:
- “L’amore per gli altri, si nutre di sacrifici”.
- “Nostro Signore si occupa di ogni anima con tanto amore quasi fosse la sola ad esistere”.
- “Gesù sà bene che l’amore si ripaga soltanto con amore; per questo ho cercato e trovato sollievo rendendo amore per amore”.
- “La lontananza non è fatta per separare i cuori che si amano in Gesù, ma serve piuttosto a rendere più forte il vincolo che li unisce”.
- “I giorni più radiosi sono seguiti da tenebre; soltanto il giorno dell’eterna comunione del cielo sarà senza tramonto”.
- “Fa tanto bene e dà tanta forza non raccontare le proprie pene inutilmente”.
- “La sofferenza se ben accettata, glorifica e purifica. Si scontano i peccati degli altri e ciò glorifica. Si scontano i propri peccati e ciò purifica”.
- “Soffrendo e offrendo, si trasforma in sacramento quello che riusciamo a dare”.
- “Il silenzio fa avanzare l’anima nella via della virtù”.
- “La serenità interiore si acquista con la fiducia in Dio anche in mezzo alle avversità della vita e a tante incomprensioni”.
- “Cercare Dio, è già un modo di amarlo”.
- “Se oggi il mondo è nella tristezza e nell’agonia è perché ha dimenticato di camminare con Dio, come Egli stesso ha sempre ordinato”.
- “Vorrei dire una infinità di cose che mi appaiono in prima luce, ora che sono alle porte dell’eternità, tutto ciò che non posso dire quaggiù lo farò comprendere dall’alto dei cieli”.
- “Quando a volte il mio spirito si trova in completa aridità, recito molto lentamente il Padre nostro”.
- “E’ soltanto con la preghiera e con il sacrificio che possiamo essere utili alla Chiesa”.
- “Voglio passare il mio cielo nel fare il bene sulla terra, aiutando continuamente i fratelli che ancora sono sulla terra, mi riposerò quando l’Angelo dirà:il tempo non è più”.
SAN PIO DA PIETRALCINA
Francesco Forgione, noto a tutti come Padre Pio, nasce il 25 maggio 1887 a Pietrelcina. Nasce in una famiglia povera, dove il padre per sconfiggere la miseria per ben due volte va a cercare lavoro in America.
La nascita di Francesco rappresenta per la famiglia una vera benedizione di Dio. Venuto al mondo dopo altri tre bambini, di cui due morti appena nati.
Francesco è cresciuto timido e silenzioso, un pò introverso, giocava poco con i coetanei, ma si appartava spesso in lunghe e intense meditazioni. Sotto lo sguardo vigile della mamma, Francesco cresceva bene e imparava a pregare Gesù, la Madonna e frequentava ogni giorno la Chiesa di Sant’Anna. Pur essendo molto riservato, Francesco non era un ragazzo triste. I suoi compagni gli volevano bene e si rivolgevano a lui per ogni problema. A soli 15 anni, entrò nel seminario di Morcone, dove ben presto si è immerso nella penetrante atmosfera del chiostro. Proprio nel Convento di Morcone, avvenne il primo fatto straordinario della vita di Francesco: per diversi giorni non riuscì a prendere cibo, nemmeno quando la dura regola dell’ubbidienza glielo imponeva. Per 21 giorni si nutrì solo della Santa Eucaristia.
Il 22 gennaio 1903 Francesco indossò l’abito dei Cappuccini e assunse il nome di Fra Pio da Pietrelcina. Dopo quel felice evento la sua vita scorre silenziosa e dimessa, tra preghiere, ma anche fra alterne malattie.
Il 10 Agosto 1910 venne Consacrato Sacerdote, da quel giorno si chiamerà per tutti Padre Pio. Il suo fisico però era molto provato da severe astinenze. I Superiori più volte lo mandarono a casa per curarsi. A Pietrelcina Padre Pio trascorreva le giornate in lunghe meditazioni e prolungate preghiere. Recitava il Rosario continuamente e con frequenza era assorto in un mistico raccoglimento di fronte all’Altare dove era custodita l’Eucaristia. Di tanto in tanto manifestava i primi segni di quel fenomeno che nessuno riusciva a comprendere e cioè della “bilocazione”. Il 14 settembre 1915, Padre Pio durante una delle sue frequenti estasi, ha ricevuto dal Signore le “Stimmati” invisibili, che poi si manifesteranno anche esternamente dopo tre anni.
Sempre nel 1915, Padre Pio venne chiamato alle armi e assegnato alla compagnia della sanità presso l’ospedale militare principale della Trinità, a Napoli, ma venne più volte mandato in licenza per “affezioni inspiegabili al lume della scienza” queste “affezioni inspiegabili” erano dei mali causati dalla flagellazione e dai segni della corona di spine, questi segni si ripetevano puntualmente ogni venerdì. Il 16 marzo, appena rientrato da una ulteriore licenza, venne sottoposto ad uno scrupoloso esame medico, e accade un fatto inspiegabile: la temperatura del suo corpo era così elevata da far scoppiare i termometri, raggiungendo perfino i 49 gradi. Questo fenomeno senza precedenti fece discutere molto medici e scienziati. Dopo questo fatto Padre Pio venne congedato dicendo: “lo mandiamo a casa a morire”, ma Padre Pio si riprese rapidamente da questi attacchi senza mai dare alcun segno di delirio.
Rientrato in convento, accettò di trascorrere un pò di tempo a San Giovanni Rotondo, era allora un piccolo convento dedicato a S.Maria delle Grazie, vi giunse nelle prime ore del mattino il 4 settembre e non si è più allontanato.
Assieme a forti dolori, Padre Pio ha sostenuto una lotta ancora più dura contro il demonio, che già da tempo si era accanito nei suoi confronti. Padre Pio un giorno scrisse in una lettera al suo confessore dicendo: Quanta guerra mi muove satana…quante lacrime, quanti sospiri al cielo per essere liberato!…Ma non importa , io non mi stancherò mai di pregare Gesù… spero che mi vorrà concedere la grazia di non cedere alla tentazione. Dio però è con me e le consolazioni che sempre mi fa gustare sono tanto dolci da non poterle descrivere. Gesù non cessa di visitarmi amorevolmente e di incoraggiarmi contro il nostro nemico comune”. A volte il demonio lo assaliva con vere percosse e non gli dava tregua nè di giorno, nè di notte.
Padre Pio aveva un motto: “pregare per gli altri” e il giorno del Corpus Domini del 1918, si offrì come “Vittima all’Amore” per la salvezza dei peccatori”. Molte persone vanno all’inferno perchè non c’è chi si sacrifica e prega per loro; questo era stato il messaggio della Madonna a Fatima un anno prima il 13 Giugno 1917, ed è per questo che Padre Pio si offrì come “Agnello, offrendo tutto per la salvezza dei peccatori.
L’Italia e il mondo intero cominciarono a guardare con preoccupazione a San Giovanni Rotondo, dove appunto viveva questo frate con le “Stimmate”, dicono che abbia versato sangue da quelle piaghe in quantità superiore dieci volte al proprio peso. Ma attorno alla persona di Padre Pio si sono scatenate anche lotte ignobili, persecuzioni, calunnie…Quello che però tutti non sanno è che migliaia di persone sono state convertite dalla sua parola. Da non dimenticare poi il grande bene che ha compiuto con l’idea di far costruire, con le offerte dei benefattori e dei gruppi di preghiera un ospedale proprio in San Giovanni Rotondo, chiamato “Casa di sollievo della sofferenza” che tanto bene ha fatto e continua a fare per persone ammalate e sofferenti per tanti problemi. “La Casa di sollievo” fu inaugurata da Padre Pio il 5 maggio 1956.
Egli parlava poco e bruscamente, ma ogni sua parola incideva nel cuore delle gente riportandole ad una vera conversione. Padre Pio, accogliendo su di sè le colpe degli uomini, divenne davvero il “parafulmine” di quell’umanità che più non prega e non crede.
Il 28 luglio 1918 scrisse al suo confessore: “Questo è il più raffinato martirio che il mio spirito possa sopportare…Sembra che declini ogni momento ai divini colpi della Divina Giustizia, giustamente adirata…tutte le mie ricerche sul Sommo Bene riescono inutili, sono lasciato solo nella mia nullità e miseria, completamente solo, senza cognizione alcuna della Suprema Bontà!…Voglio soffrire, questa è la mia brama, ma che io sappia penare in pace e sempre con piena fiducia in Dio!…Molte sono le diaboliche suggestioni che il demonio mi pone davanti alla mente: pensieri di disperazione, di sfiducia verso Dio!
Dal momento in cui le Stimmate si sono fatte visibili, nel 1918 il doloroso cammino di Padre Pio si è fatto più cruento. egli si inoltra sempre più nella prova, cioè in una strada dolorosa e mortificante. Ai “segni” esteriori non sa darsi spiegazione; egli amava troppo Gesù per poter pensare di “assomigliare a Lui”, lui si sentiva troppo misero e inutile, ma Dio voleva proprio così per la sua missione di misericordia verso il mondo, specialmente per quelli che rifiutano il Sacro Cuore. In un momento di sgomento scriveva: Muoio per lo strazio e per la confusione che provo nell’intimo del mio animo. Toglierà Gesù questa confusione che io sperimento per questi segni? Non desisterò di scongiurarlo affinchè la sua Misericordia ritiri da me, non lo strazio, non il dolore, ma questi segni che mi sono di una confusione indescrivibile!”
Migliaia di persone in tanto accorrevano al piccolo eremo del Gargano, per vedere colui che porta i segni di Gesù, per confessarsi da lui, per chiedere perdono dei propri peccati, ma altrettante difficoltà sono apparse da parte delle autorità civili e religiose, che hanno ordinato di mettere in atto una inchiesta severissima sul caso. Padre Pio venne calunniato e fatto passare come un ciarlatano. Anche alcuni funzionari della Chiesa si sono schierati contro di lui: il 31 maggio 1923 il Sant’Uffizio si pronunzia dichiarando che su Padre Pio da Pietrelcina, dei Frati minori dei Cappuccini, non si constata nessuna soprannaturalità ed esortano i fedeli a conformarsi a questa dichiarazione, Ma la gente crede a Padre Pio e continua sempre più numerosa ad andare da lui. Dal 1931, Padre Pio viene addirittura isolato e costretto a celebrare la S.Messa lontano dai fedeli. Purtroppo alcune persone importanti hanno riportato al Sant’Ufficio delle calunnie e false prove sul comportamento del Frate, assicurando che anche certi miracoli e guarigioni erano solo frutto di fantasie o trucchi fatti apposta. Sulle Stimmate la scienza non sapeva dare spiegazione, ma alcuni dottori seri e disinteressati hanno fatto luce sul problemi e sulle calunnie nei confronti del Frate. Trascorsi lunghi anni di prova… la domenica 22 settembre 1968, Padre Pio celebrava la sua ultima Messa, durante la quale, misteriosamente, le Stimmate sono scomparse.
Gesù, dopo averlo privilegiato con i segni del Suo Calvario, lo ha chiamato a sè, riprendendo anche i suoi dolorosi doni celesti. Padre Pio è morto alle 2,30 del mattino del 23 settembre 1968, aveva 81 anni.
Padre Pio fu dichiarato Venerabile nel 1997. Beatificato nel 1999 e la sua Canonizzazione fu celebrata dal Papa Giovanni Paolo II, il 16 giugno 2002 , in Piazza San Pietro, con una partecipazione di folla veramente oltre il previsto.
SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY
Giovanni-Maria Vianney è nato l’8 maggio 1786 a Dardill, vicino a Lyon, da una famiglia di agricoltori. La rivoluzione francese ha influenzato molto la sua fanciullezza, infatti farà la sua prima Confessione in una stanza della sua casa e non nella Chiesa del villaggio, a impartire l’assoluzione sarà un Prete clandestino. Due anni dopo farà la prima Comunione in un granaio, durante una Messa clandestina. Al tempo della rivoluzione francese, i Sacerdoti sorpresi a Celebrare la S. Messa venivano condannati alla ghigliottina. Ciò nonostante il desiderio di Giovanni fu di diventare Sacerdote e a 17 anni decise di rispondere alla chiamata di Dio. Un giorno confidò alla madre: “Vorrei guadagnare delle anime al Buon Dio”, ma per due anni suo padre si oppose dicendo: “C’è bisogno di braccia per mandare avanti il lavoro dei campi”. Raggiunti i 20 anni ebbe la possibilità e la grazia di iniziare la sua preparazione al Sacerdozio presso l’Abbè Balley, parroco di Ecully. Molte sono le difficoltà che ha incontrato, tuttavia l’abbè Balley non ha mai mancato di sostenerlo. Le difficoltà maggiori furono quando, entrato in Seminario, ha dovuto affrontare gli studi di filosofia e di teologia. Finalmente a Grenoble, nel 1815, fu Ordinato Sacerdote e inviato come vicario ad Ecully. Nel 1818 venne poi nominato Parroco ad Ars, dove rimase per 42 anni, con una attività apostolica così intensa da far rifiorire spiritualmente il piccolo paese di Ars, e non solo. Fu significativo un fatto: quando fu trasferito ad Ars, non conoscendo la strada, chiese a un bambino come raggiungere Ars, dopo che il bambino gli ha dato la giusta indicazione, lui disse al bambino: “Tu mi hai insegnato la strada per arrivare ad Ars, io ti insegnerò la strada per arrivare in Paradiso”. Numerose furono le persone, laici e Sacerdoti che sono ricorsi a lui per la Confessione e per i preziosi consigli che sapeva dare. Le sue lezioni di catechismo e le sue omelie erano molto apprezzate e parlavano soprattutto della bontà di Dio e della sua infinita misericordia. Si può dire che la sua vita l’ha trascorsa quasi tutta in Confessionale, al quale dedicava lunghe ore. Fu particolarmente assiduo anche all’Adorazione della Santa Eucaristia; grande fu la sua devozione a Maria. Restaurò la sua chiesa e fondò anche un orfanatrofio che chiamò “La Provvidenza”. Intensa fu la sua attenzione verso i poveri. Chi l’ha conosciuto conferma anche che in tutte queste attività, il demonio lo ha sempre tormentato, giungendo perfino a incendiargli il letto. Estenuato dalle fatiche, macerato dai digiuni e dalle penitenze, terminò i suoi giorni qui sulla terra il 4 agosto 1859. Fu beatificato l’8 gennaio 1905 e dichiarato Santo nel 1925 da Pio XI. Nel 1929 fu proclamato patrono di tutti i parroci del mondo.
- Da una catechesi del Santo Curato d’Ars
Fate bene attenzione, figlioli miei,il tesoro cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve rivolgersi dove è il nostro tesoro. Questo è il bel cammino dell’uomo: pregare e amare. Se voi pregate e amate, ecco, questa è la felicità dell’uomo sulla terra. La preghiera non è altro che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro, e unito a Dio, preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme che nessuno può più separare. Come è bella questa unione con Dio con la sua piccola creatura! E’ una felicita questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare, Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con Lui. La nostra preghiera è incenso a Lui molto gradito. Figlioli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal Paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce. Nella preghiera ben fatta, i dolori si sciolgono come la neve al sole. Anche quando ero parroco a Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei fratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a dover percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il Buon Dio e il tempo, statene certi, non mi pareva mai lungo. Ci sono alcune persone che si immergono completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perchè tutte dedite al buon Dio.
